Amianto killer: i dati di Taranto fanno impallidire quelli del resto d’Italia

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Ilva - Amianto - Ona

TARANTO«Un’indagine epidemiologica effettuata dall’Ona (Osservatorio Nazionale Amianto) ha fatto emergere che a Taranto c’è un 400% in più di casi di cancro tra i lavoratori impiegati nelle fonderie Ilva. E nonostante questi dati allarmanti, il governo che fa? Continua a fare deroghe per alzare per legge i livelli di esposizione ai cancerogeni». Lo ha denunciato oggi l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, durante la presentazione a Roma del dossier “Italia: la Repubblica dell’Amianto”.

«Per il personale impiegatizio, esposto solo in via indiretta, invece, è stata riscontrata un’incidenza di cancro superiore del 50% – ha spiegato Bonanni – se si paragona chi lavora come impiegato nell’Ilva di Taranto alla popolazione di Taranto, l’indice di mortalità è comunque superiore al resto della popolazione della città e a sua volta l’indice sulla popolazione di Taranto è comunque superiore a quello di ogni altra città. Andrebbero fatte indagini epidemiologiche di coorte e un’indagine per valutare il tasso di mortalità».

«Per quanto riguarda la sola città di Taranto (dove anche le attività della Marina Militare hanno dato il loro funesto contributo, ndr) – spiega l’Ona – la spesa sanitaria per curare i cittadini e lavoratori dalle patologie provocate dalle esposizioni e dall’inquinamento dell’Ilva di Taranto è pari a circa 4.000.000.000 di euro, a cui si aggiungono le altre spese. L’amianto non è stato quindi un business. Forse lo è stato solo per Stephan Ernest Schmidheiny e per coloro che hanno fatto parte della sua corte qui in Italia».

E’ un quadro ancora una volta raccapricciante quello che emerge dai dati sull’amianto, un killer silenzioso e devastante, che miete vittime in tutta Italia: si stimano, difatti, circa 6.000 decessi l’anno correlati a patologie dovute all’esposizione a tale fibra. Si tratta, in realtà di dati sottostimati, in quanto la scarsità di mezzi a disposizione per la raccolta delle informazioni, non permette di avere un numero certo. Decessi che potevano essere largamente evitati se le istituzioni avessero impedito in maniera tempestiva l’utilizzo dell’amianto.

Basti pensare che la prima sentenza risale al 1906, ad opera della Procura di Torino. Eppure, l’utilizzo è stato consentito fino al 1992. Tra l’altro, l’Italia è stato il secondo produttore e utilizzatore in Europa di tale fibra, seconda soltanto all’Unione Sovietica. Il boom – un vero e proprio abuso – nel nostro Paese risale alla metà degli anni Sessanta, quando negli Stati Uniti si stava già registrando la parabola discendente a fronte dei primi studi che dimostravano il collegamento con l’insorgere del mesotelioma.

Per bonificare tutti i siti che risultano contaminati ci vorranno almeno 85 anni. E le brutte notizie non finiscono qui. Al momento l’unica arma efficace contro l’amianto è rappresentato dalla prevenzione primaria. La cura, infatti, risulta estremamente problematica e la malattia si dimostra quasi sempre mortale. Le patologie ad esso correlate risultano in costante e drammatico aumento in Italia: 1.800 casi nel 2015, 1.900 nel 2016.

Inoltre, come riporta il dossier, il mesotelioma più manifestarsi anche a distanza di 40-50 anni dalla prima esposizione alle polveri e alle fibre di amianto. Per tale motivo è previsto il picco delle patologie abesto-correlate, ed in particolare dei mesoteliomi, tra il 2020 ed il 2030. Più di 3 milioni sono stati i lavoratori esposti all’amianto nel corso dei decenni ed ancora oggi ci sono centinaia di migliaia di cittadini esposti e quindi il rischio di contrarre patologie asbesto-correlate non può dirsi circoscritto.

Le quantità di amianto e di materiali contenenti amianto sono pari a circa 40 milioni di tonnellate, di cui 34 milioni a matrice compatta e circa 6milioni in matrice friabile, con circa 50 mila siti e 1 milione di micrositi, con continua riduzione allo stato pulverulento ed inalazione che si aggiunge all’ingestione provocata dalla presenza di amianto nell’acqua potabile per effetto dell’utilizzo di tubature con amianto, ovvero in cemento amianto. Uno scenario da brividi che dovrebbe allertare tutti: media, istituzioni e cittadini.

 

Leggi l’articolo originale su inchiostroverde.it

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