Da 25 anni comunità indigene e abitanti dell’Amazzonia ecuadoriana portano avanti un’azione legale contro il gigante petrolifero, responsabile dell’intenzionale contaminazione di acqua, aria e suolo. La recente udienza del processo in Canada marca una nuova tappa nella decennale lotta per la giustizia.

 

 

Foto: Cecilia Sartori

La Chernobyl dell’Amazzonia. In tal modo viene soprannominata l’area nei dintorni della città ecuadoriana di Nueva Loja (meglio conosciuta come Lago Agrio), dove per decenni l’attività estrattiva della compagnia petrolifera Texaco, acquisita dalla Chevron nel 2001, ha contaminato centinaia di migliaia di ettari di foresta pluviale, il suo suolo e i suoi corsi d’acqua.

La storia di uno dei peggiori disastri ambientali di sempre affonda le sue radici nel 1964. In quest’anno, il governo ecuadoriano elargisce in concessione al consorzio formato dalle imprese stanunitensi Gulf e Texaco un milione di ettari di terreno ricco di petrolio nell’Amazzonia nord-orientale ecuadoriana. L’estrazione del greggio prosegue per oltre 25 anni, durante i quali nuove imprese entrano a far parte del consorzio che sfrutta la concessione (ridotta a circa 500.000 ettari, un’area grande quasi quanto la Liguria) secondo quote azionarie che variano nel tempo. Ciò che rimane immutata è la responsabilità riguardo alla parte tecnica relativa all’estrazione, che, come ammesso in seguito dalla stessa impresa, rimane fermamente in capo alla Texaco.

Foto: UDAPT

La messa in atto di tecniche di prevenzione e protezione ambientale ha però un costo, che posteriormente verrà stimato in 3 $ per ogni barile estratto. Per evitare tale onere, la Texaco decide quindi deliberatamente di non reiniettare nel sottosuolo i liquami tossici dell’acqua di produzione (un residuo del processo di estrazione), procedura comunemente adottata già all’epoca, ma di riversarli nei corsi d’acqua della regione o nelle circa 900 “piscine”, fosse a cielo aperto scavate nel suolo senza alcun tipo di rivestimento isolante sul fondo.

Anche reimmettere il gas proveniente dal sottosuolo come sottoprodotto dell’estrazione del greggio risulta troppo costoso per i piani della compagnia, che di conseguenza preferisce bruciarlo attraverso oltre 300 torri di combustione (mecheros) disseminate in tutta la zona, le quali tuttora continuano ad avvelenare l’aria circostante.

Nel 1990 la Texaco cessa le sue operazioni nell’area di Lago Agrio e passa progressivamente il testimone all’impresa statale Petroecuador. Il risultato dei 26 anni di attività estrattiva sono 64 miliardi di litri di acqua di produzione riversati nell’ecosistema amazzonico, ai quali si aggiungono gli oltre 650.000 barili di greggio versati nel suolo e lungo le strade. Secondo molti, la contaminazione petrolifera più estesa mai avvenuta al mondo.

La popolazione locale per lungo tempo rimane all’oscuro degli effetti letali dell’inquinamento, complice la propaganda comunicativa dell’impresa statunitense che presenta il petrolio e i suoi derivati come prodotti innocui, se non addirittura benevoli, per la salute umana. Col passare degli anni però l’impatto nocivo sulla salute della flora, della fauna e delle stesse persone diventa sempre più chiaro, e l’evidenza del disastro ambientale causato dal colosso petrolifero emerge in tutta la sua portata.

È così che nel novembre del 1993 un gruppo di 75 campesinos e i rappresentanti delle 6 nazionalità indigene che vivono nell’area contaminata (Kofan, Siekopai, Siona, Kichwa, Shuar e Waorani) citano in giudizio la compagnia presso la corte di New York, dando avvio ad un processo legale destinato a diventare emblematico. Nel 2002 il caso viene spostato dagli Stati Uniti all’Ecuador, anche grazie alle pressioni della stessa Texaco (che nel 2001 viene rilevata dalla Chevron), convinta di poter ottenere con facilità una sentenza favorevole nel paese sudamericano. In seguito a decine di ispezioni giudiziali, migliaia di analisi chimiche e decine di migliaia di pagine di argomentazioni prodotte da entrambe le parti in causa, nel 2011 arriva il primo verdetto da parte del tribunale provinciale di Sucumbíos, che condanna la compagnia al pagamento di 9,5 miliardi $. Tale infatti è la somma che viene stimata necessaria per il risanamento dell’area contaminata e la messa in atto di un programma di cure mediche a favore delle oltre 30.000 persone che popolano l’area. Lo stesso tribunale confermerà tale condanna l’anno successivo, mentre nel 2013 è la Corte Nazionale di Giustizia ecuadoriana a pronunciarsi in merito al caso in seguito al ricorso presentato da Chevron, dando ancora una volta ragione alle comunità locali.

Foto: UDAPT

Nonostante il triplice pronunciamento da parte dei tribunali, gli “afectados” ecuadoriani, organizzatisi nel frattempo nella Unión de Afectados y Afectadas por las Operaciones Petroleras de Texaco (UDAPT), rimangono ancora in attesa di giustizia. La Chevron ha infatti contestato la legittimità delle sentenze, rifiutandosi di pagare e dando il via a una serie di controffensive legali e mediatiche volte a protrarre all’infinito i tempi del processo e a screditare l’immagine degli avvocati e leader dei querelanti ecuadoriani, accusati di aver architettato una complessa truffa ai danni della compagnia. Questi ultimi, data l’impossibilità di riscuotere quanto dovuto tramite la confisca degli attivi di Chevron in Ecuador (la compagnia ha infatti ritirato i propri beni dal paese), hanno nel frattempo intrapreso una serie di azioni legali in altri stati dove l’impresa petrolifera è tuttora presente.

La nuova udienza del processo in Canada, uno dei paesi che ha ammesso la possibilità di omologazione della sentenza, ha avuto luogo nei giorni scorsi, il 17 e 18 aprile. Il verdetto sarà reso noto solo tra alcuni mesi: ciò che è certo è che non si tratta di una tappa definitiva, e che dopo 25 anni dall’inizio del caso legale la strada per l’ottenimento della giustizia si prospetta ancora lunga e in salita per le comunità locali dell’amazzonia ecuadoriana. Che nel frattempo, tuttavia, con tenacia e determinazione continuano a portare avanti la loro lotta di Davide contro Golia, la cui storia è oramai conosciuta in tutto il mondo.

 

Il 21 maggio 2018 ricorre la Giornata Internazionale AntiChevron, per ricordare i disastri ambientali causati dalla compagnia petrolifera in Ecuador e nel resto del mondo. Nel corso del mese verrà pubblicato un articolo di approfondimento sulla recente campagna contro le torri di combustione ancora attive (mecheros) e gli impatti della contaminazione sulla salute delle popolazioni residenti nell’area.

 

 



* Servizio Civile presso la Unión de Afectados por Texaco (UDAPT) tramite FOCSIV

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