È considerato il più grave disastro ambientale della storia dell’Ecuador, e tra i più gravi al mondo. Tra il 1964 e il 1990, la compagnia petrolifera Texaco sversò in Amazzonia 80 mila tonnellate di rifiuti tossici e 60 milioni di litri di petrolio, calpestando i diritti della popolazione locale e distruggendo per sempre un patrimonio inestimabile di biodiversità.

Due popoli indigeni si estinsero, le falde acquifere furono contaminate per sempre e ancora oggi basta scavare pochi centimetri per riportare in superficie i residui di petrolio sotterrati da Texaco in quasi trent’anni di attività estrattiva.

Nel 1993, un gruppo di appena quindici indigeni intentò una class-action nei confronti della corporation statunitense, chiedendo la riparazione del danno e un risarcimento per le violenze subite da trentamila contadini e indigeni delle province di Sucumbíos e Orellana. Nel 2013, Chevron – che nel 2001 acquistò la Texaco – fu condannata a un maxi risarcimento di 9,5 miliardi di dollari. Ma ancora oggi, a distanza di quattro anni, il colosso petrolifero californiano si rifiuta di pagare.

A Quito abbiamo incontrato il principale avvocato delle vittime, Pablo Fajardo, premiato nel 2008 con il Goldman Environmental Prize.

Foto: Silvia Fumagalli

Avvocato Fajardo, perché Chevron non risarcisce il danno causato in Ecuador?

Esiste una vera e propria impunità corporativa globale. Nel caso di Chevron, stiamo parlando di un’azienda con un fatturato di oltre cento miliardi di dollari. Il problema non è di carattere finanziario ma la minaccia al sistema di impunità corporativa che un risarcimento di queste dimensioni comporterebbe.

Dopo la sentenza definitiva, come procede adesso il caso legale?

In Ecuador i fronti aperti sono principalmente due. Il più importante è quello della Corte Costituzionale. Dopo la sentenza definitiva di condanna, emessa a Quito dalla Corte Nazionale di Giustizia, Chevron ha presentato un ricorso alla Corte Costituzionale. La Corte può pronunciarsi soltanto in caso di violazione dei diritti costituzionali delle parti in causa. Chevron invece ha chiesto l’annullamento della sentenza definitiva. Siamo in attesa che la Corte emetta un verdetto, e speriamo avvenga il prima possibile.

Il secondo fronte è aperto a Sucumbíos, nel nord dell’Amazzonia, dove ha sede il giudice di prima istanza che ha l’obbligo di dare esecuzione alla sentenza. Qui stiamo lavorando con qualche difficoltà perché Chevron sta cercando di ostacolare la procedura giudiziaria.

Vi state muovendo anche all’estero. Può spiegarci come?

All’estero ci stiamo muovendo in Brasile, Argentina e Canada con azioni di exequatur, ovvero facciamo in modo che la sentenza emessa venga riconosciuta dalle autorità giudiziarie di questi paesi. Chevron ha ritirato tutti i suoi beni e averi in Ecuador rendendo impossibile l’esecuzione della sentenza proprio nel Paese in cui ha prodotto il danno. In questi tre Stati sono presenti società sussidiarie di Chevron e solo in Canada l’impresa detiene una somma pari a 15 miliardi di dollari. Ciò significa che se il giudice canadese dovesse validare la sentenza in questo paese, con questa cifra Chevron potrebbe risarcirci.

Qual è stato il ruolo giocato finora dal Governo ecuadoriano?

Da quando il caso è iniziato, nel 1993, si sono succeduti otto presidenti in Ecuador. I primi 7 hanno fatto gli interessi di Chevron Texaco. Correa ha in parte rotto questo schema, affermando che non si sarebbe alleato con Chevron e nemmeno con i querelanti. Ha garantito trasparenza e sicurezza giuridica alle parti ed è stato un duro colpo per Chevron, che infatti ha presentato tre richieste di arbitrato internazionale contro lo Stato ecuadoriano.

Poi però il governo ha avviato la campagna La mano sucia de Chevron (La mano sporca di Chevron, ndr) che non ha avuto successo ed è stata soltanto un costo per le casse dello Stato.

Foto: Silvia Fumagalli

A proposito di arbitrati, alla fine lo Stato ecuadoriano ha dovuto risarcire Chevron in virtù di una sentenza di arbitrato. Non è paradossale che finora l’unico risarcimento lo abbia ottenuto proprio la compagnia petrolifera?

Gli arbitrati non sono altro che parte dell’architettura dell’impunità corporativa. Servono a proteggere le multinazionali e i loro azionisti. Gli Stati sono vittime degli arbitrati e dei trattati bilaterali di investimento, che non fanno altro che garantire investimenti sicuri senza considerare i diritti delle popolazioni indigene e della natura. É una vergogna che lo Stato ecuadoriano abbia dovuto pagare 112 milioni di dollari a Chevron sulla base di un Trattato bilaterale di investimento firmato negli anni ‘90 tra Ecuador e Stati Uniti.

L’associazione delle vittime UDAPT è favorevole a un trattato vincolante che imponga alle multinazionali il rispetto dei diritti umani. Di cosa si tratta?

In questi ventitré anni di lotta, le popolazioni amazzoniche hanno praticato un percorso di resistenza formidabile. Molti sono stanchi, e in questa fase è importante avanzare nella costruzione di una rete globale che ci unisca.

Anche per questo motivo siamo parte della campagna globale presentata alle Nazioni Unite
per la creazione di uno strumento giuridico vincolante. Ad opporsi a questo processo sono Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina, Brasile. È vergognosa la loro doppia morale. La Norvegia, per esempio, si vanta di essere un paese dove la natura e i diritti sono rispettati. Poi però il principale fondo pensionistico norvegese investe in Chevron.

Attualmente il danno in Amazzonia persiste. Quali sono gli impatti più gravi?

Le popolazione indigene e contadine continuano a usare acqua contaminata da idrocarburi. Sono rimaste poche fonti di acqua pulita. È un crimine grave e le conseguenze sulla salute sono ancora più preoccupanti.

Foto: Silvia Fumagalli

Come si stanno organizzando le comunità per ottenere la riparazione?

In questo momento stiamo attraversando un lungo percorso di confronto. L’obiettivo non è solo che Chevron paghi, ma che si possa davvero riparare il danno causato dal petrolio. Quello che stiamo facendo è costruire una proposta di riparazione che sia percorribile e che si basi sulla partecipazione delle vittime.

Questa lunga lotta che implicazioni ha avuto nella sua vita?

Ci sono state molte minacce e persecuzioni. Chevron porta avanti campagne mediatiche per distruggere la mia immagine. Ma mi interessa poco. Mi intimoriscono di più le minacce fisiche, perché sono minacce reali e mi preoccupano.

In che modo la società civile ha appoggiato la causa e come dovrebbe sostenerla in futuro?

Molta gente ci sostiene mettendo a disposizione il proprio tempo e le risorse finanziarie di cui abbiamo bisogno per portare avanti il caso.

Credo che un passo importante sia l’informazione. La gente ben informata non è vittima di inganni. A maggio ci sarà la giornata internazionale contro Chevron e invieremo un messaggio chiaro alle multinazionali: continueremo ad opporci ai crimini contro l’umanità che commettono in molte parti del mondo.

 

 

Questa è un’anteprima dell’articolo che verrà pubblicato sul prossimo numero del periodico di Mani Tese, la cui uscita è prevista per la fine di aprile 2017

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