In due anni 250 incendi nello smaltimento dei rifiuti: non è normale 

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C’è puzza di bruciato e di malaffare dietro agli incendi che stanno divampando come furie in centinaia di impianti di gestione di rifiuti. Puzza che sta entrando sin dentro le stanze di alcune procure, probabilmente anche in quelle della Direzione nazionale antimafia

 

L’incendio a Mortara nella discarica di rifiuti speciali Eredi Bertè

C’è puzza di bruciato e di malaffare dietro agli incendi che stanno divampando come furie in centinaia di impianti di gestione di rifiuti. Puzza che sta entrando sin dentro le stanze di alcune procure, probabilmente anche in quelle della Direzione nazionale antimafia. Troppe cose non tornano. Troppi macchinari e scarti provenienti prevalentemente da raccolte differenziate, di vario tipo, e rifiuti speciali stoccati all’interno delle aziende finiscono in fumo come niente, per cause sempre legate ad azioni umane, soprattutto di matrice dolosa. In provincia di Treviso, Roma, Torino, Viterbo, Cagliari, Salerno, Brescia, Milano e così via. L’innesco parte quasi sempre di mattina, si serve di materiali plastici e gomma per ardere con furore, non fa vittime ma tanti danni.

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Mortara, a due passi da Pavia, qui l’azienda Eredi Bertè è finita in fiamme proprio lo stesso giorno in cui doveva aprire le porte agli ispettori dell’Arpa. Incendio che al momento in cui si scrive sta causando enormi danni ambientali, costringendo sindaco e prefetto a chiudere le scuole e a ordinare ai cittadini di barricarsi in casa, chiudere ogni spiffero, distruggere i raccolti, spegnere i motori delle trebbiatrici, vietando persino il pascolo.

E’ da più di due anni che assistiamo a questa strana suscettibilità al fuoco di imprese che maneggiano rifiuti. Almeno 250 i casi censiti. Abbiamo iniziato a contare e a denunciare gli strani roghi in Veneto per presto osservarli divampare nel resto del paese. E se nelle regioni del Nord e con alte performance di raccolte differenziate le fiamme hanno colpito solo aziende di trattamento e riciclo, facendo pensare in un primo momento solo a episodi di racket e d’intimidazione – legate anche al circuito mafioso –, nel resto del paese hanno investito soprattutto discariche e impianti di stoccaggio e trasferimento. A ciascuno il suo fuoco.

Cosa sta succedendo, dunque? Al momento nessuno può dare risposte certe e definitive. Sul campo ci sono solo ipotesi, la più accreditata presso gli organi investigativi è che con le fiamme spariscono d’un colpo rifiuti ed eventuali prove di pratiche illegali. Chi non ha le carte in regola potrebbe essere tentato dalle fiamme. Appare infatti verosimile che dietro questi roghi ci sia una qualche forma di strategia criminale, non necessariamente unitaria, che se inizialmente faceva pensare solo a circuiti esterni alle aziende e alla voracità delle famiglie mafiose di impossessarsi d’un colpo di impianti e appalti, adesso spinge a guardare sin dentro le aziende, al loro modo di stare sul mercato, di gestire allegramente le autorizzazioni in possesso. Chi conosce questo complicato mondo è più propenso a perorare la seconda ipotesi.

Di certo c’è che se gli impianti rispettassero alla lettera le norme in materia di tutela ambientale e di sicurezza sui luoghi di lavoro le fiamme sarebbero solo un evento eccezionale. Il loro sprigionarsi, invece, fa pensare quanto meno a gestioni parzialmente se non completamente illegali, agevolate dalla pochezza dei controlli, con le Arpa perennemente a corto di risorse e le forze dell’ordine impegnate su altri fronti. D’altronde, com’è umanamente possibile controllare la complessa filiera dei rifiuti in ciascuna azienda presente nel nostro paese? Chi potrà mai controllare che tutti i processi siano regolari? Chi? Senza una piena assunzione di responsabilità sociale, in senso lato, da parte delle imprese nessuna regola potrà mai valere fino in fondo. Se da una parte serve intensificare e razionalizzare i controlli, dall’altra serve prima di tutto l’impegno da parte del mondo produttivo, anche nel campo dei rifiuti, di rispettare le regole del gioco. Nel caso contrario si alimenterà – come già sta avvenendo in queste ore – l’ennesima campagna di demonizzazione nei confronti di tutti gli impianti di gestione dei rifiuti, visti come seminatori di morte e di odio. Essendo invece il contrario, ossia l’indispensabile intelaiatura industriale di un’economia finalmente sostenibile e davvero circolare, che valorizzi e non seppellisca i materiali di scarto. Soprattutto in Italia. Le mafie e gli ecocriminali non aspettano altro che cavalcare questa demonizzazione e prendere in mano, ancora una volta, il pallino. E questa sarebbe un’altra tragedia.

È solo un problema di repressione, dunque? Probabilmente no. Così come non è solo un problema di norme (come predica ancora qualche magistrato in pensione), visto che la materia dei rifiuti è disciplinata in maniera ossessiva e bulimica in ogni suo aspetto (anche sul fronte penale, come prova la nuova legge sugli ecoreati), ma di effettivo rispetto delle norme vigenti. La risposta migliore non è rendere la vita impossibile a tutte le imprese del settore ma solo togliere di mezzo quelle canaglia, solo quelle. Che il fuoco serva anche a questo, insomma. C’è bisogno di più legalità ed economia pulita, non di altre norme (da interpretare e applicare) e altra demagogia.

Che ne pensa il mondo produttivo, a questo punto? Sono, per esempio, d’accordo le principali associazioni di categoria a sostenere seriamente chi opera legalmente e sanzionare altrettanto seriamente invece chi viola la legge e avvelena la vita di tutti? È tempo che ognuno faccia la sua parte, prima che sia troppo tardi.

Leggi l’articolo originale su LaStampa.it

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