Le attività estrattive condotte in Amazzonia dalla multinazionale Texaco (oggi Chevron) a partire dagli anni ’60 hanno contaminato il suolo, l’acqua e l’aria. A pagarne le conseguenze sono le comunità indigene e i contadini della zona.

 

Insegne all’ingresso della comunità A’i Kofan Dureno. Foto: Cecilia Sartori

LAGO AGRIO (Ecuador). Dietro alla promessa di uno sviluppo economico per il Paese si è celato un gigantesco disastro che lo stesso Ministero delle Relazioni Estere e Mobilità Umana ecuadoriano ha definito “un ecocidio senza precedenti nella storia[1].  A farne le spese non è solo la foresta più ricca di biodiversità del pianeta, ma soprattutto le popolazioni che abitano le province interessate dalle operazioni di estrazione petrolifera.

Due popoli indigeni, i Tetes e i Sansahuaris [2], sono scomparsi, mentre le comunità A’i Kofan, Siona, Secoya, Kichwa, Shuar e Waorani sono state costrette a limitare il loro territorio e, in alcuni casi, anche a spostarsi dalle proprie terre ancestrali. Non esenti dalle conseguenze delle trivellazioni sono i contadini, chiamati anche coloni poiché giunti nell’area a partire dagli anni ’70 seguendo il richiamo delle terre offerte dallo Stato prima, e del lavoro non qualificato con la compagnia petrolifera dopo.

La gravità della situazione si comprende appieno con i dati sulla salute della popolazione alla mano.  È di un malato di cancro ogni quattro famiglie il bilancio emerso dallo studio del 2016 condotto nelle zone contaminate dall’Unione delle Vittime delle Operazioni Petrolifere di Texaco (UDAPT) in collaborazione con Clínica Ambiental e Centrale Sanitaire Suisse Romande. E la situazione non dà, purtroppo, cenni di miglioramento. L’andamento dei grafici sui casi di infermità e decessi correlati delinea infatti uno scenario sempre più allarmante.

Casi di cancro per anno. Fonte: studio UDAPT

A pagare il prezzo più alto sono le donne, maggiormente sottoposte al contatto con l’acqua contaminata nelle faccende domestiche, ricoprendo i due terzi del totale complessivo delle persone colpite da tumore. Non a caso il cancro all’utero risulta essere la patologia più frequente, raggiungendo una percentuale del 32% tra i coloni e del 24% nelle comunità indigene. Di poco inferiore il dato sul cancro allo stomaco, pari al 23% nei coloni di sesso maschile e al 22% nelle comunità, seguito da quello ai polmoni e al fegato. “Chi vive a meno di 500 metri da siti contaminati da Texaco-Chervon […] ha all’incirca il 30% di possibilità in più di contrarre queste malattie rispetto a coloro che abitano a una distanza maggiore” afferma il report sulla base di un lavoro di mappatura dei casi di cancro in relazione alla prossimità con fonti idriche contaminate. Ne è un esempio il caso del campo Sushufindi (infografica a seguire).

Numero di cancri per famiglia in relazione alla prossimità con fonti idriche inquinate nel campo petrolifero Shushufindi (Lago Agrio). Fonte: studio UDAPT

Alla base dell’inquinamento vi è l’intenzionale mancato rispetto delle norme di tutela ambientale nel processo di estrazione da parte di Texaco, società petrolifera americana, che ha operato nella regione amazzonica dal 1964 al 1992, prima della sua unione con Chevron Corporation nel 2001.

Macchie di petrolio in un acquitrino nelle vicinanze di un pozzo Texaco. Foto: Cecilia Sartori

Ammontano a 64 miliardi i litri di liquami tossici scaricati in vasti laghi (rinominati “piscine”) colmi di residui di benzene, composti policiclici aromatici, mercurio, piombo e arsenico [3]. A questi si sommano gli oltre 650.000 barili di greggio versati nei corsi d’acqua e lungo gli sterrati di accesso alle piattaforme di perforazione per contrastare il sollevamento della polvere al passaggio dei mezzi. Tirando drammaticamente le somme, un totale di 480.000 ettari da bonificare (qui illustrati in relazione alla popolazione). A queste accuse di contaminazione deve rispondere la compagnia nel processo legale ancora in corso e intentato 25 anni fa da 30.000 tra coloni e indigeni, riunitisi nell’Unione delle vittime delle operazioni petrolifere di Texaco (UDAPT).

Gli impatti sociali, sanitari e ambientali non si sono fatti attendere. La frammentazione degli habitat dovuta alla deforestazione, l’incremento della colonizzazione con l’introduzione di usi e costumi tipicamente occidentali e l’avvelenamento delle risorse primarie hanno mutato profondamente l’architettura e le conoscenze delle comunità native, a partire già dai primi contatti con la “sostanza nera”.

“Il sangue nero dell’Amazzonia”: testimonianza di Justino Piaguage (presidente della comunità indigena Siekopai)

All’avvelenamento idrico e del terreno si affianca quello dell’aria derivante dal gas flaring, pratica di combustione del gas naturale estratto insieme al petrolio il cui riutilizzo energetico risulta, in termini economici, troppo costoso. La compagnia preferisce quindi la costruzione di bruciatori la cui fiamma arde ininterrottamente, giorno e notte, rilasciando nell’atmosfera particelle inquinanti altamente dannose. Con le piogge, infatti, queste sostanze nocive si depositano nelle cisterne di raccolta delle acque piovane intaccando così l’unica alternativa per il consumo alimentare rispetto ai fiumi già inquinati.

Torre di combustione in prossimità di un pozzo di estrazione. Fonte: UDAPT

In Amazzonia vengono chiamati “mecheros” (“accendini” in spagnolo) per l’evidente richiamo visivo al quale, percorrendo quelle zone, non è facile sottrarsi. Rilevati insieme alle altre infrastrutture estrattive negli anni ’90 dallo società statale PetroAmazonas, il loro impiego non è stato però reputato obsoleto e sono pertanto ancora oggi funzionanti.

Tutto ciò avviene in un Paese che per primo al mondo, nella riforma del 2008, ha inserito all’interno della propria costituzione i cosiddetti wild law, i diritti della Natura, secondo i quali essa acquisisce il “diritto a che si rispetti integralmente la sua esistenza, il suo mantenimento e la rigenerazione dei suoi cicli vitali”[4]. Al rispetto di questi articoli mira la campagna #MecherosDeLaMuerte, organizzata da UDAPT e promossa da numerosi enti del territorio e che richiede l’abbandono di questa pratica in favore di una tecnologia sostenibile capace di sfruttare il potenziale energetico del gas.

I costi della giustizia stanno però mettendo a dura prova la lotta degli indigeni e dei contadini ecuadoriani, i quali hanno lanciato un crowdfunding per raccogliere donazioni finalizzate a continuare la battaglia legale.

Sostenerli significa sostenere i diritti umani e liberare dalla contaminazione il polmone del mondo, l’Amazzonia.

Per saperne di piú:

http://texacotoxico.net/en/

Facebook: Chevron Tóxico Oficial

Twitter: Chevron_Toxico

 


[1] Ministero delle Relazioni Esteriori e Mobilità Umana dell’Ecuador (2015) El caso Chevron / Texaco en Ecuador. Una lucha por la justicia ambiental y social [online] Disponibile a: https://www.cancilleria.gob.ec/wp-content/uploads/2015/06/Expediente-Caso-Chevron-abril-2015.pdf  [Ultimo accesso 15 maggio 2018]

[2] Movimiento Alianza PAIS – movimento politico a cui fa capo la Revolución Ciudadana avviata dall’expresidente Rafael Correa – (2014) Disappearance of the ancient Tetetes and Sansahuari peoples in THE DIRTY HAND OF CHEVRON [online] Disponibile a: https://www.alianzapais.com.ec/images/recursos/documentos/chevroningles.pdf [Ultimo accesso 15 maggio 2018]

[3] Informe del Perito de la Inspección Judicial en Sacha 53. Juicio 002-2003 de La Corte Superior de Nueva Loja (2003) [online] Disponibile a: http://chevrontoxico.com/assets/docs/sa-53-entregado-corte.pdf [Ultimo accesso 15 maggio 2018]

[4] Costituzione delle Stato Ecuadoriano, Capitolo Sette: “nfowehfwepinwe” [online] Disponibile in spagnolo [Ultimo accesso 15 maggio 2018]

 

 

* Cecilia Sartori si occupa di comunicazione sociale e cooperazione internazionale. In Ecuador svolge il Servizio Civile presso la Unión de Afectados por Texaco (UDAPT)

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