Fango e silenzio. Così si uccide Madre Terra

0
200

 

Mariana
Il 5 novembre 2015 una diga di un bacino di decantazione della miniera ha ceduto. 19 morti, 350 famiglie senza casa, 600 km di fiume contaminati dal fango, carico di sostanze quali arsenico, manganese, piombo, ferro, alluminio. Più di tremila pescatori hanno perso il lavoro; tre milioni e mezzo di persone sono rimaste per vari giorni senza accesso all’acqua potabile.

Estrattivismo
Per comprendere la gravità di questo modello economico mondiale, si veda l’interessante sito web recommon.org


Nella foto: sosccorritori cercano corpi di vittime sotto il fango a Mariana (Ricardo Moraes / Reuters)

 

Sono passati due anni. Erano le tre del pomeriggio e la gente era in casa, i ragazzi a scuola, molti nei campi intorno a Bento Rodriguez, a Paracatu de Baixo e ad altri piccoli villaggi a valle della miniera di ferro.

All’improvviso, senza nessun segnale d’allarme, un’onda violenta di fango di vari metri d’altezza si è scaricata sulla vita di queste persone, distruggendo tutto. Poi, il silenzio. Un silenzio che si è propagato in questi lunghi ventiquattro mesi.

Si tratta di uno dei più gravi disastri minerari dell’America Latina. È avvenuto a Mariana, nello stato di Minas Gerais, a causa dell’irresponsabilità delle multinazionali del ferro Vale S.A. e BHP Billiton, e della complicità dello stato brasiliano. Eppure, ad oggi, nessuno è stato processato e condannato per questo crimine ambientale; non si è ancora giunti a un accordo sulla riparazione dei danni e molte famiglie non hanno ancora un’abitazione definitiva.

Paracatu de Baixo è un villaggio fantasma. Tutto è rimasto come nel giorno del mare di fango. I libri nella biblioteca della scuola, tra gli scaffali e il pavimento; una bambola caduta nel cortile di casa; un frigorifero rovesciato a terra… e il segno nitido del fango sui muri, una linea precisa a 4 metri d’altezza sulle pareti delle case, come una ghigliottina che taglia in due il villaggio.

Lo abbiamo visitato insieme ad altre comunità che in tutto il Brasile subiscono gli impatti delle attività minerarie. Con noi c’era Djkuna, indigena krenak: «Stanno ferendo il cuore della Terra. Hanno ucciso la nostra identità. Ma sento odore di paura, tra voi, ancora oggi. Non possiamo aver paura, perché è questo che blocca la nostra identità».

C’erano anche Davi Kopenawa e Miguel Yanomami, indigeni del nord del Brasile, in piena foresta amazzonica. È giunta fin là la frontiera dello sfruttamento estrattivista, che minaccia i loro territori. Davi e Miguel si aggiravano silenziosi tra le case diroccate: uno scenario apocalittico.

Il giorno dopo, abbiamo celebrato con loro un rituale sciamanico. Ci aspettavamo visioni di morte e una dura denuncia della violenza che la nostra società sta provocando contro Madre Terra e i suoi figli. Ma Miguel nella sua visione, provocata dall’incontro con lo spirito, ha evocato ancora una volta il mito indigeno della creazione. Ci ha messi in dialogo con «la pancia gravida della Terra» e ha rivelato: «Tutto questo non terminerà. Continueremo a insegnarlo ai nostri figli, senza fine. Se saremo protetti».

Le sue ultime parole, pronunciate da lui ma anche dallo spirito che stava ricevendo, dialogano in modo fortissimo con la nostra spiritualità: «Abbiate cura di voi. Io sono vivo. Anch’io avrò cura».

È l’incontro con lo Spirito che ci tiene vivi e ci aiuta a proteggere la vita, in questi contesti di morte! Non si tratta però di una spiritualità che isola o anestetizza: ascoltare il grido della Terra e dei popoli che la abitano deve risvegliarci all’azione.

Djkuna ci sfida: «Così come alcuni popoli indigeni, mi pare che anche voi della Chiesa stiate perdendo la vostra lingua, la vostra identità. Come potrete recuperarla? Non potrebbe essere lottando insieme a noi? Sì, possiamo parlare la stessa lingua, se ci impegniamo insieme».

 

 

Leggi l’articolo originale su nigrizia.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

12 + 12 =