Conservation for the people” è l’ultima puntata del reportage a puntate “La foresta Mau (Kenya): un patrimonio socio-ambientale da difendere”, recentemente pubblicato su Giustiziambientale.org a cura di Valerio Bini, Presidente di Mani Tese e geografo, in collaborazione con Stefania Albertazzi.

Il reportage, frutto di studi e missioni sul campo, affronta il tema della deforestazione della più importante foresta dell’Africa orientale con l’intento di gettare luce su uno scenario complesso, in cui si inseriscono diversi attori con differenti interessi e responsabilità. Una volta circoscritto il campo alle principali cause che hanno determinato e continuano ad alimentare la deforestazione, gli autori passano in rassegna i diversi livelli di ingiustizia che vi scaturiscono. Scopriamo così che lo sfruttamento della foresta continua a essere il core business di molte imprese nazionali e internazionali, ma anche una fonte di reddito importate per migliaia di agricoltori locali. Una tendenza proseguita negli anni che fa esplodere oggi tutte le sue contraddizioni.

Oltre ai rischi ambientali, il reportage illustra anche le realtà che, in un contesto sia pur complesso e frammentario, promuovono progetti di sviluppo sostenibile e riscatto sociale, dove la difesa della foresta diventa una prospettiva concretamente perseguibile.

Abbiamo intervistato Valerio Bini per approfondire il tema insieme a lui.


 

Redazione: Nel primo episodio del reportage descrivi il ruolo nevralgico della foresta Mau nella regolazione idrogeologica di tutto il Kenya. In che modo la deforestazione potrà incidere, in futuro, sull’approvvigionamento idrico del Paese?

Bini: Le Nazioni Unite hanno individuato 5 aree strategiche per l’approvvigionamento idrico del Kenya e la foresta Mau è una di queste. La foresta si trova a un’altitudine compresa tra 1200 e 3000m e ospita le sorgenti di 12 fiumi di importanza vitale per la popolazione delle regioni occidentali del Kenya. Le foreste svolgono un ruolo fondamentale per la gestione dei suoli e delle acque: gli alberi infatti contribuiscono a regolare il flusso delle acque verso valle, limitando l’erosione del suolo. La deforestazione della foresta Mau ha dunque un impatto diretto sulla quantità e qualità dell’acqua disponibile, in particolare in aree aride come la zona settentrionale della Rift Valley.

Sorgente di uno dei torrenti che nascono nella foresta di Ndoinet (Mau) e scorrono verso il lago Vittoria, il più grande lago africano (foto: V. Bini)

R: A un certo punto metti in guardia dal considerare le piantagioni un’alternativa alla foresta primaria di cui, invece, sono un surrogato. Perché?

B: Questo è un punto importante. È piuttosto diffusa la tendenza a considerare le piantagioni monospecifiche (pini, cipressi, eucalipti) come se fossero delle foreste, quando in realtà sono, di fatto, delle monocolture. Alcuni programmi internazionali di riforestazione che si concentrano solo sull’assorbimento di C02 non fanno differenza tra foreste indigene e piantagioni e anche il Kenya Forest Service considera le piantagioni come parte della foresta Mau. Non si tratta naturalmente di demonizzare la silvicoltura, che è un’attività importante per l’economia del Kenya e può svolgere anche funzioni di tutela ambientale, ma occorre tenere presente che una piantagione di pini che vengono periodicamente tagliati non avrà mai nemmeno lontanamente l’importanza ambientale e sociale di una foresta indigena, sia in termini di biodiversità animale, sia per quanto concerne i servizi resi alla comunità (presenza di piante medicinali e altri prodotti forestali, possibilità di produrre miele, usi culturali). Le ricerche condotte dalla cooperativa Eliante nell’ambito del progetto di Mani Tese “LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO E SALVAGUARDIA AMBIENTALE IN KENYA” hanno dato dei risultati molto chiari in questa direzione.

Anche se non possono più abitare nella foresta di Ndoinet, gli Ogiek continuano a vivere la foresta e i frutti selvatici sono parte integrante della loro dieta (foto: V. Bini)

R: Veniamo alla questione degli Ogiek. Quali sono i motivi per cui questa popolazione continua a essere esclusa dalla foresta e dalla ripartizione delle terre, nonostante sia la recente Costituzione, sia alcune pesanti sentenze sul piano giudiziario, riconoscano agli Ogiek il diritto di abitare la foresta ed essere coinvolti nei processi decisionali che la riguardano?

B: Le popolazioni di cacciatori e raccoglitori sono da sempre, non solo in Africa, gli ultimi degli ultimi, perché fanno riferimento a una logica territoriale diversa da quella dello stato nazionale, fatto di confini e proprietà privata. In epoca coloniale gli Ogiek hanno perso il controllo delle terre a vantaggio degli inglesi, ma anche di altre popolazioni locali che sono state indennizzate dalle espropriazioni subite con le terre abitate dagli Ogiek. In epoca postcoloniale la marginalizzazione di questa popolazione è proseguita con ripetute espropriazioni e violenze da parte del governo. Oggi occorre superare una visione privatistica della foresta e favorire una gestione partecipata che coinvolga le comunità locali nella gestione del territorio in modo da favorire contemporaneamente la tutela della foresta e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni che vivono intorno ad essa. La legge forestale del Kenya prevede l’istituzione di piani partecipativi promossi dalle comunità locali e tra gli obiettivi del progetto “Imarisha!”, avviato nel 2017, c’è proprio la realizzazione di un piano di gestione partecipativa di uno dei blocchi della foresta Mau.

2 novembre 2017, lancio del processo di consultazione per la preparazione del Piano Partecipativo di Gestione Forestale della foresta di Ndoinet (foto V. Bini)

R: Il caso degli Ogiek non è isolato. Le violazioni ambientali sono spesso connesse alla repressione di minoranze etniche o di fasce sociali particolarmente vulnerabili. Qual è la portata geografica di questo fenomeno?

B: Molti autori hanno fatto notare come vi sia una corrispondenza molto stretta fra diseguaglianza sociale e ingiustizia ambientale: la qualità ambientale sta diventando la posta in gioco tra i vincenti e i perdenti dell’attuale ordine economico mondiale. Non si tratta più di capire se ci sarà uno sviluppo sostenibile o meno, ma piuttosto di capire chi avrà accesso, pagando, a una buona qualità ambientale e chi ne sarà escluso perché troppo povero o vulnerabile. Il nostro compito è rovesciare questa tendenza, affermando la qualità ambientale come diritto e non come privilegio.

R: Nel reportage viene descritto in che modo Mani Tese stia cercando contrastare le cause della deforestazione, riducendo ad esempio il fabbisogno di legna per le esigenze energetiche. Ci puoi dire qualcosa di più?

B: Mani Tese è da sempre un’associazione molto concreta, che focalizza la sua attenzione sulle necessità quotidiane delle persone. In questo caso, in primo luogo abbiamo parlato con le donne che hanno il carico di gestire la cucina e più in generale il fuoco all’interno della famiglia, per capire quali fossero le esigenze reali. La zona in cui stiamo lavorando si trova a 2500 metri sul livello del mare ed è particolarmente umida, quindi il fuoco ha una funzione molto rilevante e il consumo di legna è alto: con una stufa tradizionale una donna è costretta ad andare a cercare la legna in foresta 2-3 volte a settimana, il che significa percorrere 5-10 chilometri a piedi trasportando anche più di 10 chili di legna. Con il partner locale Necofa abbiamo ragionato sulle possibili alternative, valutando quali interventi potevano essere più efficaci. Sono emerse tre tipologie di azioni: la fornitura di stufe migliorate prodotte localmente che riducono il consumo di legna, la fornitura di piante da collocare ai margini dei campi e tagliare periodicamente per sostituire la legna della foresta e lo sviluppo in via sperimentale di alcune forme di energia alternativa (piccoli chioschi solari comunitari e impianti a biogas domestici). Questo è un esempio molto evidente di come le questioni ambientali e quelle sociali possano essere affrontate insieme, riducendo il prelievo di legna dalla foresta e alleggerendo il carico di lavoro delle donne.

Taglio illegale di legna all’interno dell’area protetta (foto: V. Bini)

R: Nel reportage ci vengono mostrate senza veli le trame di uno scenario ingiusto e rovinoso che però ha delle alternative virtuose. Quali sono, a tuo avviso, le soluzioni concrete ai problemi della foresta Mau?

B: La foresta Mau è sottoposta da decenni a una pressione antropica molto forte ed è stata profondamente intaccata. Se si vuole salvare questo patrimonio di grande valore sociale e ambientale occorre agire a più scale. Localmente occorre moltiplicare gli interventi a sostegno delle comunità al fine di allentare la pressione di una popolazione crescente intorno alla foresta. A scala più ampia, è necessaria una gestione accorta dei singoli blocchi di foresta coinvolgendo le comunità nei controlli antibracconaggio e nelle azioni di contrasto al prelievo illegale di legname, sia per fini domestici che per fini commerciali. Ad una scala superiore, infine, occorre riconnettere i diversi blocchi di foresta che oggi sono in diversi punti frammentati, elaborando una visione d’insieme dei 300.000 ettari di foresta che rimangono.

Foresta di Ndoinet, camaleonte (foto: V. Bini)

R: In generale, quale lezione dobbiamo trarre dal caso del Kenya?

B: Le lezioni sono tante. La più generale è che le questioni ambientali sono sempre questioni politiche. La crisi della foresta Mau ha delle origini politiche molto evidenti nella storia coloniale e postcoloniale e le risposte future non possono prescindere dall’elaborazione di opportune strategie a scala locale, regionale e nazionale. Una seconda lezione è che occorre sempre tenere insieme il piano ambientale e quello sociale. Non è infatti pensabile una conservazione ambientale che vada contro le comunità locali: non sarebbe giusto, ma non sarebbe nemmeno efficace. Se si vuole garantire un futuro alla foresta Mau bisogna elaborare delle strategie con le comunità che vivono intorno alla foresta. Infine, una terza lezione è che la foresta è un sistema straordinariamente ricco e complesso, fatto di elementi ambientali e socio-culturali che interagiscono tra loro e i cui confini sono ampi e variabili: le cause e le conseguenze della deforestazione, infatti, si trovano spesso molto lontano dalla foresta stessa.

 

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Leggi l’articolo originale su Manitese.it

 

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