Pubblichiamo gli esiti di una missione svolta da Mani Tese e Cittadini Reattivi per raccontare con la voce dei protagonisti uno dei luoghi simbolo dell’ingiustizia ambientale italiana ed europea

 

Taranto, anno 2017. Un bambino con una maschera antigas. L’abbraccio affettuoso e impotente di una madre. Accanto all’immagine parole che lasciano senza fiato: “Noi non dimentichiamo i complici del nostro genocidio”.  Il manifesto apparso sulle mura della cittadina pugliese, è stato apposto per volontà dei Genitori Tarantini, alla vigilia delle elezioni amministrative dello scorso giugno. “Perché Taranto, città madre, deve proteggere i propri figli dagli attacchi che ogni giorno mettono a rischio la loro vita, mentre sembra che qui si sia perso il senso della vergogna”, hanno raccontano padri e madri riuniti davanti alla delegazione di Mani Tese e Cittadini Reattivi in quei giorni. Chissà se il nuovo sindaco, secondo la legge prima autorità sanitaria del territorio a tutela dei cittadini, si farà carico di questo appello disperato, che segue quello affisso un anno fa sempre sulle mura di Taranto e Genova: i bambini di Taranto vogliono vivere.

Il manifesto dei Genitori Tarantini – Taranto, maggio 2017. Foto: Giosuè De Salvo per Mani Tese – Cittadini Reattivi

L’impatto sulla salute: gli studi epidemiologici su Taranto

Intanto, secondo i dati pubblicati lo scorso 3 ottobre dallo “Studio di coorte sugli effetti delle esposizioni ambientali ed occupazionali sulla morbosità e mortalità della popolazione residente a Taranto”, voluto da Regione Puglia, i bambini di Taranto sono i primi a soffrire dell’inquinamento emesso dal comparto industriale, su cui domina la più grande acciaieria d’Italia e d’Europa, posta a ridosso del centro storico della città e dei quartiere Tamburi e Paolo VI. Proprio dove c’è un aumento dei ricoveri per malattie respiratorie pari al 24% in più per i  bambini residenti a Tamburi e del 26% in più per quelli residenti nel quartiere di Paolo VI.

Valutazione epidemiologica dello stato di salute delle persone residenti a Taranto, Massafra e Statte, realizzata in collaborazione con il Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio, della ASL di Taranto, di ARPA Puglia e di AReS Puglia, che ha confermato come l’esposizione alle polveri industriali sia responsabile di un aumento del 4% di mortalità, in particolare  per tumore polmonare (+5%) e per infarto del miocardio (+10%). Mentre per effetto dell’anidride solforosa industriale (SO2), è stato registrato un aumento del 9% di mortalità, in particolare per tumore polmonare (+17%) e per infarto del miocardio (+29%). Ed entrambi gli inquinanti sono responsabili di nuovi casi di tumore del polmone tra i residenti imputabili per di un aumento del 29% per il PM10 e ben il 42% in più per l’anidride solforosa.

Le emissioni fuggitive dello stabilimento Ilva, viste dal centro città, Taranto maggio 2017. Foto: Gloria Schiavi per Mani Tese – Cittadini Reattivi

Ad ampliare il quadro, lo scorso 7 dicembre, è stato presentato lo studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’ASL di Taranto, in collaborazione con l’Università di Brescia, per definire l’esposizione a metalli con proprietà neurotossiche, come il piombo, l’arsenico, il manganese, il mercurio e il cadmio sui bambini dai 6 ai 12 anni per accertare “le possibili associazioni con deficienze nella sfera neuro- comportamentale e cognitiva”.

L’appello dei medici tarantini: intervista a Anna Maria Moschetti

Dati che commentiamo con Anna Maria Moschetti, medico pediatra responsabile dell’associazione Culturale Pediatri di Puglia e Basilicata per le malattie dei bambini legate all’inquinamento, presidente della Commissione per l’Ambiente dell’Ordine dei Medici di Taranto e voluta dal presidente Emiliano nel collegio regionale degli esperti del presidente  Emiliano, nelle Commissioni Ambiente, Salute e ILVA. Si batte da sempre per i più piccoli, come ci racconta nel suo studio a Palagiano. “La popolazione infantile tarantina è esposta, come dichiarano i dati ambientali e tutti i report, ad un mix di sostanze pericolose per la salute. Sostanze che danneggiano il sistema nervoso, gli apparati endocrini, le vie respiratorie, che possono portare il cancro – precisa.

Che fare quindi? “Di fronte a questa situazione espositiva quello che vale è il principio di precauzione: non dobbiamo aspettare il risultato nessun studio scientifico, perché laddove esiste un rischio molto elevato di danno alla salute anche in assenza di evidenze scientifiche bisogna fare di tutto per ridurre o annullare l’esposizione della popolazione”.

La dottoressa è molto chiara: “Noi non vogliamo sperimentare l’effetto delle sostanze tossiche sulla popolazione, sappiamo che dobbiamo immediatamente sospendere questa esposizione – afferma decisa – In questo percorso tuttavia, purtroppo, abbiamo avuto bisogno di studi scientifici per dimostrare un danno che non doveva essere validato, ma che andava prevenuto”.

Impatto sulla salute già avvalorato da due rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità:
SENTIERI 2012, lo Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti
Esposti a Rischio da Inquinamento e SENTIERI 2014 che avevano già confermato “un quadro sanitario compromesso per i residenti nel SIN di Taranto e, tra questi, in particolare per i bambini”.

Lungo il perimetro del SIN Taranto, maggio 2017. Foto: Rosy Battaglia per Mani Tese – Cittadini Reattivi

“I dati dei rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità, anche se non collegano la causa con l’effetto, hanno rivelato un eccesso di incidenza di tumori, di incidenza di malattie respiratorie, nella popolazione tarantina. E gli stessi curatori ricordano che altre malattie come quelle dell’apparato riproduttivo, non sono state neppure esplorate – precisa la pediatra.

L’ultimo studio dell’ISS sulla popolazione infantile ha dimostrato l’impatto dell’esposizione alle sostanze neurotossiche, come i metalli pesanti: una riduzione di quoziente intellettivo fino a dieci punti, tra i bambini che vivono più lontani alla zona industriale a quelli che vivono più prossimi ad essa, associata alla presenza di piombo nel sangue e altre patologie del neurosviluppo. Chi vive più vicino agli impianti si ammala più facilmente, più tumori, più malattie di natura cardiaca e respiratoria: il risultato di una carenza di azione preventiva–  conclude la dottoressa Moschetti.

Anche se non è stata dimostrata la correlazione diretta con le fonti emissive che possono essere attribuite all’ILVA, alla raffineria Eni o agli altri impianti dell’area industriale. “Come pediatra faccio azione di advocacy: chiedo la sospensione immediata dell’esposizione della popolazione tarantina alle sostanze tossiche. E dico alle donne che sono state esposte alla diossina di allattare i loro figli, già esposti in vita uterina, proprio perché il latte materno protegge dal cancro, promuove lo sviluppo neurologico”.

Advocacy che si è concretizzata nell’impegno per la realizzazione di un reparto di oncoematologia pediatrica all’interno dell’Ospedale SS. Annunziata, che incredibilmente, ancora manca a Taranto. Reparto che verrà inaugurato in autunno, finanziato tramite le donazioni degli stessi tarantini grazie alla gara di solidarietà innescata dalle comunità di Tamburi, confluite nell’associazione Arcobaleno nel cuore, sostenuta anche da Nadia Toffa, che ha raccolto oltre 500 mila euro, firmando un protocollo con l’ASL tarantina per devolvere i fondi ai medici che verranno assunti.

Gli operai, la polvere delle cokerie sulla città e la mappa dei veleni 

Reti metalliche, fumi e nastri trasportatori dei minerali, stabilimento Ilva, giugno 2017. Foto: Giosuè De Salvo per Mani Tese – Cittadini Reattivi

Da dove vengono le polveri, i veleni che la popolazione di Taranto si ritrova nel sangue e nelle urine, che ricoprono i balconi e si infilano negli intercapedini di porte e finestre, fino a corroderle? Per capire l’attuale impatto del comparto industriale abbiamo girato la città insieme a Giuseppe Roberto, ex – operaio dell’ILVA, classe 1953. Con lui abbiamo visitato Tamburi e Statte, i quartieri più prossimi alla zona industriale, costeggiando il suo perimetro, con le reti metalliche, simbolo della cosiddetta opera di “ambientalizzazione” voluta dal governo italiano per tentare di frenare le polveri sulla città; osservando i cortili delle scuole, come la scuola primaria Grazia Deledda, dove i bambini non possono giocare sul prato per la ricaduta delle diossine proveniente dal camino 312, distante poche centinaia di metri in linea d’aria.

Oppure, restando in attesa, per qualche decina di minuti sul lungo mare Piccolo. Ilva è onnipresente nella vita dei tarantini, con le ciminiere e con i fumi della colata a caldo, che di giorno e di notte sono visibili dal centro storico, le cosiddette “emissioni fuggitive” provenienti dalle cokerie.

Nella voce dell’ex operaio, i riflessi di un passato glorioso che ha portato sviluppo a Taranto. “Avevo 8 anni quando è stata insediata Ilva. Si diceva che era la manna del cielo, finalmente arriva il lavoro. Sono entrato in Italsider a 29 anni, nel 1981 e ci sono rimasto per 30 anni. Lavorando negli altiforni, fino a diventare tecnico di cabina all’alforno 5, quello più grande. In quel tempo Taranto era la città del sud con il reddito procapite più alto. 40 mila stipendi assicurati – racconta.

Ma cosa vuol dire aver vissuto del lavoro in acciaieria e poi diventare vittima dello stesso stabilimento? “Al tempo non avevamo consapevolezza dei problemi che avremmo creato alla città e a noi stessi. Ho scoperto che usavamo composti cangerogeni, in grandi quantità, smaltiti in modo irregolare. Quando mi sono ammalato, ho capito che non era più sostenibile per me e l’ambiente dove vivevo. E gli effetti si sono fatti sentire. Dalla disoccupazione giovanile alle malattie, ai cancri”.

Giuseppe ci spiega cosa succede nelle giornate di vento. “Il minerale che arriva via nave al porto di Taranto, viene poi trasportato ai parchi minerari all’interno dell’acciaieria. Le polveri sulla città derivano, infatti, dai fumi degli altiforni e dai minerali che si disperdono – precisa.

Come è stato documentato da Peacelink, già nella fase di scarico parte del minerale finisce in mare. Attraverso i nastri trasportatori, lunghi fino a 5 chilometri, le polveri si sollevano andando a ricadere nel quartiere Tamburi. Vere e proprie polveri grossolane, oltre il PM10, che ci ritroviamo dappertutto. Ma si fa fatica ad ammettere che c’è inquinamento, a ricordare che i bambini non possono toccare la terra dei giardini. Nel frattempo abbiamo capito che a Taranto si muore, più che nelle altre città”.

Taranto, quartiere Tamburi, il giardino chiuso agli alunni della scuola Grazia Deledda, contaminato dalla diossina, maggio 2017. Foto: Rosy Battaglia per Mani Tese – Cittadini Reattivi

Costruita negli anni ‘60, tra ulivi e masserie, l’ex Italsider, azienda di Stato, è stata ceduta alla famiglia Riva nel 1995, divenendo così ILVA, arrivando ad assumere 40mila operai negli anni ‘70 contro i 12mila attuali, di cui ora 3300 in via di cassa integrazione.

Il monitoraggio civico alla base del processo “Ambiente Svenduto”

I riflettori sullo stato di inquinamento determinato dall’impianto, a cui si sommano quelli della raffineria ENI, di Cisa, dell’ Appia Energy e ldella ex Cemerad di Statte, dove giacciono abbandonati rifiuti tossici e radioattivi, come accertato dalla Commissione d’inchiesta sui ritardi delle bonifiche, sono stati posti all’attenzione della magistratura però solo nel 2008, sempre dai cittadini, come ci racconta Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione che si batte per i diritti umani, Peacelink, docente e figura storica dell’attivismo tarantino e nazionale.

Tutto è iniziato scoprendo i dati del registro “European Pollutant Release and Transfer Register  (E-PRTR) dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, che riportava le grandi quantità di sostanze emesse dall’impianto di ILVA,  tra cui la ricaduta di 73 grammi di diossina l’anno. Fino ad allora, era il 2005, non si era mai parlato di diossina a Taranto – ci racconta dal terrazzo della sua casa, da cui si avvista la cima del camino 312. “Questo voleva dire che nella nostra città avevamo avuto una ricaduta quasi da due a quattro volte maggiore che a Seveso”.

Parte così l’idea di chiedere giustizia. “Ma la sorpresa fu scoprire che impianti industriali come ILVA potevano emettere 1000 volte più diossina di un inceneritore e in termini di concentrazione, 1000 volte di più di quanto emesso da un’acciaieria tedesca. Capimmo così che le norme erano state costruite secondo criteri di ingiustizia”.

Inizia così la grande attività di monitoraggio ambientale di Peacelink, con la consegna in procura di un pezzo di pecorino alla diossina, nel 2008. “Era quello il tallone di Achille di ILVA, l’entrata della diossina nel ciclo alimentare. E le norme europee sulla sicurezza alimentare non possono essere aggirate”.

Le indagini e le segnalazioni dei cittadini portarono ad amare scoperte. “Nelle carni delle pecore che avevano prodotto il latte di quel pecorino i valori erano dieci volte di più. Come pure in un alimento molto caro ai tarantini, le cozze”.

Lo stabilimento Ilva e la zona industriale di Taranto visti dal Mare Piccolo, maggio 2017. Foto: Gloria Schiavi per Mani Tese – Cittadini Reattivi

Il primo marzo 2012 il giudice per le indagini preliminari, Patrizia Todisco depositerà alla Procura di Taranto le perizie epidemiologiche e chimiche che da lì a qualche mese faranno scattare il sequestro dell’impianto, il 26 luglio del 2012. Le accuse mosse sono per il disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, l’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, il danneggiamento aggravato di beni pubblici, il getto e lo sversamento di sostanze pericolose e l’inquinamento atmosferico, accuse poste all’allora patron dell’Ilva Emilio Riva, il figlio Nicola, il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e il responsabile dell’area agglomerato Angelo Cavallo.

ILVA e i 43 milioni di mq del Sito di Interesse Nazionale da bonificare 

Sito di Interesse Nazionale di Taranto, stato delle procedure di bonifica, maggio 2017. Fonte: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare

Anche se già dal 2000, l’area intorno all’ILVA era stata perimetrata e definita, con il decreto del 10 gennaio, dal Ministero dell’Ambiente, come “Sito di interesse Nazionale”, cioè tra le 57 aree più contaminate d’Italia con il grave impatto sull’ambiente e sulla salute degli abitanti.

Già nel 2010 la perizia chimica della procura di Taranto, aveva quantificato emissioni in atmosfera da parte dell’acciaieria per 4.159.300 kg di polveri PM10, 11.056.900 kg di diossido di azoto; 11.343.200 kg di anidride solforosa; 7000 kg di acido cloridrico; 1300 kg di benzene; 338,5 kg di idrocarburi policiclici aromatici; 52,5 g di benzo(a)pirene; 14,9 g di policlorodibenzodiossine (abbreviato in diossine) e policlorodibenzofurani; 280 kg di cromo III (cromo trivalente).  A ciò si aggiungono le emissioni di metalli pesanti dichiarate dalla stessa ILVA nel registro internazionale e mai divulgate alla popolazione come 157,1 kg di arsenico; 137,6 kg di cadmio; 564,1 kg di cromo; 1758,2 kg di rame; 20,9 kg di mercurio; 424,8 kg di nichel; 9023,3 kg di piombo; 23736,4 kg di zinco;15,6 g di diossine.

Secondo la perizia epidemiologica, sempre commissionata dalla Procura di Taranto, i periti avevano attribuito per tutte le cause di morte, nei sette anni considerati, un totale di 11550 morti, con una media di 1650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie e un totale di 26999 ricoveri, con una media di 3857 ricoveri all’anno.

Come ricorda il Commissario Straordinario alle bonifiche del SIN di Taranto,I siti di interesse nazionale, ai fini della bonifica, sono individuabili  in relazione alle caratteristiche del sito, alle quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell’impatto sull’ambiente circostante in termini di rischio sanitario ed ecologico, nonché di pregiudizio per i beni culturali ed ambientali”.

Un’area enorme da bonificare, 4383 ettari, oltre 43 milioni di metri quadrati, pari a 6300 campi da calcio tutti insieme, di cui solo l’8% è stato bonificato, come confermano i documenti dello stato di avanzamento delle bonifiche del ministero dell’Ambiente pubblicati lo scorso 8 maggio.

Osservando le mappe di ricaduta degli inquinanti, già contenute nel rapporto della Valutazione del Danno Sanitario del 2013, valutazione prevista nella procedura dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) del 2012,  Arpa Puglia confermava  “una concordanza tra i dati sanitari osservati ed i risultati della modellistica delle ricadute delle emissioni dello stabilimento ILVA di Taranto”.

Mappa di ricaduta del benzo(a)pirene tratta dal rapporto Valutazione Danno Sanitario, Arpa Puglia, 2013

Come lo stesso direttore di ARPA Puglia di allora, Giorgio Assennato, affermava “più dell’80% del rischio cancerogeno è attribuibile al benzo(a)pirene, un inquinante contenuto nelle emissioni fuggitive delle cokerie. In un’analisi molto semplificata, l’eccesso di rischio dovuto all’esposizione a benzo(a)pirene nel quartiere Tamburi era stato già evidenziato da ARPA Puglia tre anni fa, e aveva portato alla segnalazione da parte della Regione al Ministero dell’Ambiente”.                                         

Concludeva allora in modo molto duro il dirigente: “Analogamente, se fossero stati realizzati gli studi epidemiologici proposti al Ministero da ARPA e ASL di Taranto in sede di AIA (inclusi quelli poi realizzati in sede peritale), forse ci sarebbe stata una gestione pre  giudiziaria del problema ambiente  salute e non sarebbero scoppiati i conflitti sociali e istituzionali: a meno che non si ritenga, seguendo il magistero di San Matteo, che“ Oportet ut scandala eveniant”. È necessario, cioè, che “avvengano gli scandali”.

I Wind Days, ovvero perché a Taranto il vento fa paura

A distanza di cinque anni, quali sono le misure concrete prese per mitigare l’esposizione ambientale dei tarantini? Non la cessazione delle emissioni richiesta dalla dottoressa Moschetti. Ilva è così vicina alla città che basta che spiri il vento di nord ovest per mettere in pericolo la salute di bambini e adulti.  Con esso, infatti calano sulla città le polveri e i veleni provenienti dal comparto industriale, così come precisa e informa Puglia Salute, il sito della regione che raccoglie le informazioni sulla sanità pubblica di tutte le ASL del territorio e le informazioni per i cittadini.

Le giornate di vento velenoso sono state così ribattezzate “Wind days”:In occasione dei Wind Days a Taranto il vento  proviene dal settore NORD – OVEST. In queste condizioni il vento soffiando dall’area industriale disperde in alcuni quartieri della città (Tamburi e Paolo VI) inquinanti di origine industriale, in particolare  PM10 e il benzo (a)pirene.

Ilva vista dal centro città. Foto: Giosuè De Salvo per Mani Tese – Cittadini Reattivi

Come precisa la stessa regione  “La dispersione di questi inquinanti può determinare aumento del rischio a carico della salute dei cittadini di Taranto, in particolare per le persone che risiedono a ridosso dell’area industriale”. Seguono 11 pagine di istruzioni per misure cautelative, atte a diminuire l’esposizione che l’associazione Peacelink ha pensato di riepilogare in uno strumento comunicativo più agevole. Al suo interno non ha mancato però di evidenziare le contraddizioni di una serie di accorgimenti “minimi” come arieggiare i locali chiusi dalle 12 alle 14 o limitare l’uso dell’auto, quando sempre i dati di ARPA Puglia confermano che il traffico veicolare incide nell’emissione di PM10 per circa il 5,5%, contro il 67,68% imputabile ai processi produttivi.

Si parla poco, invece, del naftalene, incluso fra gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA),  cancerogeni possibili secondo lo IARC, principale emissione in massa della cokeria che per il rapporto della Valutazione del Danno Sanitario su ILVA di ARPA Puglia del 2015, ammonta a oltre 3300 tonnellate/anno.  Una quantità enorme, tanto da essere stato ritrovato nell’urina delle donne tarantine, secondo lo studio redatto e pubblicato sempre dall’Istituto Superiore di Sanità, per accertare i possibili danni biologici sul sistema riproduttivo, quali l’endometriosi.


Wind Days, istruzioni per l’uso, a cura di Peacelink

Misure ritenute riduttive dalla società civile tarantina, tanto che l’associazione Peacelink ha presentato un proprio “Position Paper ai membri rappresentanti della Commissione Petizioni della Commissione Europea, in visita a Taranto tra il 17 e  il 19 luglio scorsi.

Come precisa Alessandro Marescottinel nostro Position Paper un posto particolare è riservato alla salute dei lavoratori ILVA, per i quali non vi è mai stata alcuna indagine complessiva basata sul registro dei lavoratori esposti alle sostanze cancerogene, registro di cui da tempo PeaceLink chiede l’attivazione in funzione di sorveglianza sanitaria, specie per gli operai della cokeria”.

Ed è proprio l’associazione a sottolineare l’aberrazione giuridica dell’immunità penale riservata a chi ha acquistato ILVA, la cordata Am Investco Italy, joint venture formata dal gruppo Marcegaglia da ArcelorMittal, dopo che con il decreto ministeriale del 21 gennaio 2015, il gruppo è stato messo in amministrazione straordinaria.

 

I dieci decreti salva-Ilva, il processo Ambiente Svenduto e i ricorsi alla Corte Europea dei Diritti Umani

Già, perché se la magistratura  il 29 febbraio  2016  ha rinviato a giudizio 47 tra dirigenti e aziende nel processo “Ambiente Svenduto”, con la costituzione in giudizio di 1484 parti civili, nel frattempo i governi nazionali, che si sono succeduti in questi anni, sono arrivati ad emanare ben dieci decreti cosiddetti salva – ILVA.Secondo i quali il funzionamento dello stabilimento dovrebbe essere possibile solo nel rispetto delle numerose prescrizioni ambientali, inserite nella procedura di Autorizzazione Integrata Ambientale e monitorate dall’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale. Questo è quanto è riportato nell’ultima relazione pubblicata a maggio 2017 sul sito del Ministero dell’Ambiente, dopo oltre 290 giorni dall’ispezione avvenuta a dicembre 2016.

Ma, ricorda Luciano Manna di Peacelink, cittadino monitorante, che ha ricostruito in un dettagliato documento l’intricata relazione tra decreti, prescrizioni e provvedimenti: “al 30 giugno scorso sono scaduti tutti i termini delle prescrizioni ambientali e il giudice per le indagini preliminari, Vilma Gilli, ha disposto nuove indagini per getto pericoloso di cose e gestione dei rifiuti non autorizzata nei confronti dell’ex commissario Bondi, sull’attuale commissario Gnudi e nei confronti degli ex direttori dello stabilimento Antonio Lupoli e Ruggero Cola e vuole verificare l’attuazione delle prescrizioni AIA dell’Ilva in amministrazione straordinaria sino al 31 luglio 2015”.

Intanto, basta leggere la prescrizione ambientale principale, la numero 1, per capire lo stato di attuazione dell’AIA: la copertura dei parchi minerari non è stata effettuata. A seguito di un’ulteriore indagine (caratterizzazione) realizzata dalla stessa Ilva in contradditorio con Arpa Puglia, terreni e  falda profonda e superficiale risultano essere contaminati da diversi inquinanti. Documentazione che non è mai stata resa pubblica dal Ministero dell’Ambiente, ma che è stata pubblicata, invece, grazie a Peacelink che ne è venuta in possesso.

Lavori di bonifica a Tamburi, Taranto maggio 2017. Foto: Gloria Schiavi per Mani Tese – Cittadini Reattivi

Ai cittadini di Taranto che rimane? Solo appellarsi alla giustizia. Così affollano le udienze preliminari del processo “Ambiente Svenduto”, dove in ascolto nell’aula del Tribunale di Taranto abbiamo incontrato due testimoni oculari del disastro ambientale. Vincenzo Fornaro, imprenditore agricolo che ora siede tra i consiglieri comunali di Taranto, che nel 2008 ha visto abbattuti tutti gli animali allevati nella sua masseria. “Ho già fornito la mia testimonianza, stiamo aspettando che la giustizia faccia il suo corso, per essere risarciti nel nostro danno ma anche per sostenere la richiesta di giustizia dei cittadini tarantini”. Nonostante abbia perso tutto, Vincenzo non si è perso d’animo. “Con la mia famiglia ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo riconvertito la nostra azienda agricola alla coltivazione della canapa, in grado di bonificare in modo naturale i terreni contaminati dalle diossine”.

Un progetto innovativo, all’inizio visto con incredulità, in grado di sviluppare una nuova economia sostenibilie. “All’inizio siamo stati presi per matti, poi via via i cittadini, le scuole, gli amministratori si sono convinti, tanto che la nostra iniziativa è stata identificata come pilota per la nuova legge regionale che sosterrà chi coltiva la canapa e la sua trasformazione”.

Appena fuori dall’aula delle udienze preliminari incontriamo anche Piero Mottolese, ex operaio Ilva andato in pensione nel 2004, che si accompagna alla sua piccola videocamera. “Sono una parte lesa, abito tra Ilva e Eni, tra Tamburi e Statte. Nel 2008 le cose sono cambiate. Mi sono procurato un litro di latte e un pezzo di formaggio, l’ho portato ad Alessandro Marescotti”. Un gesto semplice ma coraggioso, visto che in quel formaggio era contenuta la diossina che ha dato il via all’esposto in procura e alle indagini dei giudici. “Ho lavorato esposto all’amianto, ho il piombo nel sangue. Ma quando ero lì non sapevo che fuori dall’ILVA la diossina, gli inquinanti avrebbero contaminato tutto, poi ho capito”.

Si commuove Piero. “Oggi sono qui per difendere i miei figli, i nipoti e quelli degli altri tarantini. Dico grazie alla magistratura di Taranto e a Patrizia Todisco. Spero che chiudano gli impianti a caldo. Ho perdonato chi mi ha fatto del male, ma credo nella giustizia”.

E c’è chi si è appellato alla Corte Europea dei Diritti Umani.  Così racconta Lina Ambrogi Melle, ora consigliere comunale a Taranto. “Sin dalla prima legge salva Ilva, la 231/2012, avendo compreso che ormai in Italia ci avevano condannato a morte, ho lanciato appelli a tutte le associazione ambientaliste, ai comitati politici ed alla magistratura per chiedere loro interventi presso i Tribunali internazionali e quindi alla Corte di Giustizia di Lussemburgo ed alla Corte dei diritti dell’Uomo a Strasburgo”. Ma il tempo passava, le leggi si susseguivano senza che nulla cambiasse.

Lo scatto decisivo il 7 luglio 2015 , dopo l’ottavo decreto d’urgenza del governo per salvare gli impianti ILVA dal sequestro senza facoltà d’uso, ordinato dalla Magistratura in seguito alla morte di un operaio sull’Altoforno 2. “Decido di scrivere direttamente alla Procura come Presidente del comitato Donne e futuro per Taranto libera, chiedendo per l’ottavo decreto d’urgenza del Governo un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia europea di Lussemburgo”. Istanza accolta dalla procura di Taranto.

“Dopo di che il 21 ottobre 2015 viene inviato alla Corte di Strasburgo il ricorso sottoscritto da me e da altri 129 cittadini di Taranto che si unirà a quello già presentato da Daniela Spera, di Legamjonici, a nome di altri 52 cittadini, che era rimasto senza riscontro”.

Il 27 aprile  2016 si apre formalmente il procedimento contro lo Stato Italiano ed il 2 ottobre 2016 la Corte concede la trattazione urgente. Il gruppo di cittadini tarantini denuncia lo Stato italiano per violazione degli obblighi di protezione della vita e della salute (articolo 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), per non aver predisposto un quadro normativo ed amministrativo “idoneo a prevenire e ridurre gli effetti gravemente pregiudizievoli sulla vita e sulla salute dei residenti derivanti dal grave e persistente inquinamento prodotto dal complesso dell’Ilva”. Inoltre, accusano lo Stato di violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8) per aver tenuto “l’impianto in funzione sotto la propria gestione a dispetto della normativa europea e delle decisioni della magistratura”.

Taranto, Palazzo di Giustizia durante le udienze preliminari del processo Ambiente Svenduto. Foto: Rosy Battaglia per Mani Tese – Cittadini Reattivi

Inizia così un botta e risposta tra i legali dei cittadini tarantini e quelli del governo italiano, moderato dalla cancelleria della Corte di Strasburgo che culmina con l’ultima risposta al 21 giugno del governo italiano. Conclude la prima firmataria:“Il Governo insiste sulla richiesta di inammissibilità del nostro ricorso per non aver precedentemente seguito le vie interne. Mentre noi sosteniamo che sono proprio le leggi salva-Ilva che imbrigliano la magistratura e ci impediscono di difenderci in Italia”.

Ora non resta che attendere la sentenza.

 

 

*Rosy Battaglia, data e civic journalist, è l’ideatrice di Cittadini Reattivi, progetto di crowdsourcing journalism su salute, ambiente e legalità premiato da Fondazione Ahref nel 2013 e che fa parte del Crowd-Powered News Network creato da Amanda Zamora di Propublica

 

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