Il climate change è una bomba sull’Adriatico 

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Venezia, la sua laguna e il delta del Po sono tra le zone del mondo più esposte all’aumento del livello marino

 

Venezia, la sua laguna e il delta del Po sono tra le zone del mondo più esposte all’aumento del livello marino. Fragili già oggi, anche per via della subsidenza, queste terre ora sono condannate dall’aumento progressivo del livello marino dovuto ai cambiamenti climatici. Attualmente gli oceani globali aumentano a un tasso di circa 3 millimetri l’anno, e hanno già guadagnato una ventina di centimetri nell’ultimo secolo.

Gli scenari pubblicati dalle Nazioni Unite (rapporto Ipcc), mostrano come per la fine di questo secolo ci si debba attendere a livello mondiale tra 30 centimetri e quasi un metro di mare in più, a seconda dell’efficacia degli sforzi per la riduzione dei gas serra. È un aumento lento ma inesorabile, dovuto alla dilatazione termica delle acque e alla fusione dei ghiacciai, soprattutto della Groenlandia. Sono situazioni ben studiate dalla ricerca nazionale, in particolare dal Cnr-Ismar e dall’Enea, esaminate anche nella strategia di adattamento ai cambiamenti climatici del ministero dell’Ambiente, che mette in luce per l’alto Adriatico valori di futura sommersione anche superiori al metro.

Tra qualche decennio città come Venezia, Rovigo o Chioggia potrebbero essere difficilmente abitabili, con il rischio di aver l’acqua in soggiorno durante le sciroccate e l’ingresso del cuneo salino dal mare verso la falda idrica a compromettere acquedotti e agricoltura. Eppure più volte mi è capitato di illustrare questi dati a conferenze nel delta padano o a Venezia, ottenendo al più sguardi stupiti se non indifferenti. Né gli amministratori né l’informazione trattano con la dovuta urgenza questo tema così drammatico, in quanto sostanzialmente irreversibile. Se anche l’Accordo di Parigi riuscisse a limitare l’aumento termico sui due gradi al 2100, comunque il mare salirebbe di circa mezzo metro, rendendo necessario l’adattamento o l’evacuazione.

Si tratta tuttavia di progetti complessi, costosi e lenti da realizzare, che dovrebbero essere discussi e condivisi con la popolazione fin da oggi per essere pronti tra cinquant’anni. Lo si sta facendo in Olanda, nel delta del Tamigi e a New York; qui, invece, silenzio. Il primo problema è proprio la mancanza di consapevolezza tra i cittadini: se non c’è informazione e un tempo sufficiente per elaborare una strategia, come sempre si cadrà nelle logiche dell’emergenza, che mai è buona consigliera. Accettare che la tua terra possa andare tra cent’anni sott’acqua non è cosa da poco, crea un trauma psicologico: per questo è importante elaborare un percorso collettivo, che veda ricercatori, sindaci e governo uniti nel presentare uno scenario tecnico-sociale praticabile e tollerabile, se vogliamo evitare che nel volgere di una vita umana rodigini e veneziani si trasformino in profughi climatici da accogliere sulle Alpi o in Appennino…

 

 

Leggi l’articolo originale su LaStampa.it

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