Nora, collaboratrice di giustiziambientale.org dall’India, documenta le molteplici violazioni, che vanno dalla segregazione delle popolazioni indigene alla repressione del dissenso, dovute alla violenta politica di conservazione delle biodiversità attuata nel subcontinente

 

Parco Nazionale di Kaziranga. Foto: Nora

Continuano numerose le violazioni dei diritti umani nel Parco Nazionale di Kaziranga, nello Stato dell’Assam a Nord-Est dell’India, Il 24 Aprile 2017, Pranab Doley, leader di Jeepal Krishak Shramik Sangha (JKSS) – organizzazione locale impegnata nella difesa dei diritti delle popolazioni indigene – è stato arrestato assieme a Soneshawar Das, altro membro dell’organizzazione. I due sono stati tratti in arresto sotto le false accuse di “violenza e sommossa contro gli ufficiali del governo”.

Pranab Doley, attivista appartenente alla tribù dei Misi, popolazione indigena che risiede ai margini del famoso Parco Nazionale di Kaziranga, è stato infatti fermato mentre, pacificamente, indagava sull’arresto di cinque persone indigene accusate di bracconaggio. Pranab e Soneshwar, rilasciati su cauzione lo scorso 5 maggio, sono stati arrestati sulla base di un mandato di cattura emesso nei giorni precedenti, totalmente a loro insaputa.

La colpa di Doley? Di fatto è quella di condannare con fermezza le violente politiche di conservazione delle specie che vi abitano.

L’accusa e l’arresto avvengono, infatti, dopo circa due mesi dalla pubblicazione di un contestato reportage condotto dalla BBC, a cui lo stesso Doley ha partecipato. Il titolo emblematico del documentario, “Killing for Conservation” (Uccidere nel nome della Conservazione), denuncia proprio l’approccio militarizzato alla conservazione nel parco di Kaziranga che, negli ultimi cinque anni, ha portato all’uccisione di circa cinquanta persone. Tutto ciò a causa della brutale politica di “sparare a vista” ai sospetti bracconieri.

Kaziranga ha infatti un lato oscuro, come afferma l’autore del documentario. Il parco, che è stato celebrato come esempio di successo per la conservazione dei rinoceronti, presenta delle contraddizioni nei metodi utilizzati per la protezione degli animali. Infatti, secondo i dati raccolti dalla BBC, circa due persone al mese vengono di media uccise in nome della protezione animale. E numerosi sono i casi di pestaggio e arresti sotto falsa accusa. Il documentario è stato profondamente contestato dalle autorità indiane poiché, fanno sapere, ritrarrebbe in modo falso le politiche di conservazione dello Stato. E’ stato così impartito l’ordine di bloccare tutte le operazioni della BBC nelle zone protette del Paese, seguito dalla minaccia di inserire Justin Rowland, l’autore del documentario, nella lista nera del governo indiano.

Survival International, l’organizzazione mondiale per i diritti degli indigeni, afferma che “i popoli indigeni che vivono nei pressi del Parco Nazionale di Kaziranga vengono arrestati, picchiati e uccisi a causa della famigerata politica dello ‘sparare a vista’ applicata nel parco”.

I rinoceronti sono tra le specie a rischio di estinsione. La loro tutela autorizza atti di violenza e uccisione. Foto: Nora

I guardaparco godono di immunità legale, e secondo quanto affermato dal direttore del parco Dr. Satyendra Singh, in accordo con quanto dichiarato nel piano di conservazione del Parco Nazionale di Kaziranga, costoro hanno il “dovere” di “sparare a vista” chiunque sia sospettato di bracconaggio, senza alcuna prova reale, senza arresto né processo. Nonostante Survival e la BBC accusino l’abuso di potere conferito alle guardie, diverse ONG ambientaliste internazionali, tendono a giustificare la condotta delle guardie forestali come unico sistema per sconfiggere il bracconaggio.

Nonostante sia importante proteggere i rinoceronti a rischio estinzione, questo non può avvenire a un costo così alto. La forte militarizzazione e gli approcci utilizzati nel parco, rischiano di creare maggiore ostilità e conflitti con le popolazione locali.

Come dichiarato dallo stesso P. Doley “l’impunità riconosciuta dal 2010 alle guardie forestali, sta solo aumentando il numero di vittime accusate di bracconaggio; le guardie lavorano in un clima di tensione, che li porta a uccidere o ferire tribali innocenti pur di esibire dei risultati”.

Il clima descritto da Doley ha generato gravi conseguenze tra le popolazioni locali, tanto che solamente un anno fa, nel giugno 2016, un bambino indigeno di sette anni, Akash Orang, è stato colpito alle gambe con dei colpi di pistola che gli hanno procurato un’invalidità a vita.

Foto: Nora

La verità è che il problema relativo al parco di Kaziranga, nonostante peculiare e complesso, rispecchia le politiche aggressive di conservazione attuate nell’intero continente indiano. In nome della conservazione ambientale, in India si stanno sempre più ledendo i diritti di numerose popolazioni indigene che vengono private delle proprie risorse naturali, abusate e, come se non bastasse, vengono spesso cacciate dalle loro case ancestrali per far spazio alla creazione di parchi naturali, riserve per tigri o, come in questo caso, per rinoceronti. Spesso le loro terre e i loro villaggi vengono rimpiazzati da progetti di eco-turismo che vedono sfilare in quei luoghi numerose file di jeep da cui diversi gruppi di turisti con le loro macchine fotografiche sono pronti a scattare istantanee per portarsi a casa l’esperienza della “wilderness”.

Oltre al problema del bracconaggio, le popolazioni locali residenti ai margini del Parco di Kaziranga, sono inoltre vittime delle violente inondazioni del fiume Brahmaputra che delimita il parco, nonché delle continue pressioni esercitate dal dipartimento forestale contro l’uso delle risorse naturali, contro la stessa occupazione di questi labili lembi di terra in quanto considerati parte del parco.

Ai fini conservazionisti, il Governo dell’Assam ha ordinato l’evacuazione di numerosi villaggi che costeggiano il parco e, nel luglio 2016, si è passati allo smantellamento di un intero villaggio. Durante le operazioni, peraltro, il conflitto scatenatosi ha fatto registrare due vittime e molti feriti.

Villaggio ai margini del parco di Kaziranga. Le popolazioni indigene sono vittime di abusi, confisca dei loro territori, limitazioni di varia natura. Foto: Nora.

Questo approccio sicuramente non facilita il ruolo della conservazione ambientale e rischia, invece, di risultare altrettanto dannoso per l’ambiente, gli animali e per i popoli residenti di questi luoghi. Come argomentato da Tushar Dash, attivista per i diritti dei tribali: “È necessario democratizzare questo processo di conservazione nelle riserve delle tigri, rendendo le persone parte integrante delle politiche di conservazione. Il dipartimento forestale non può ritenere le persone che vivono qui responsabili di bracconaggio e accanenirsi indiscriminatamente contro di loro”.

Prima di parlare di conservazione è perciò importante iniziare a capire che la natura e l’uomo non sono due entità separate, ma da secoli co-esistenti tra loro. Secondo numerosi studi, i popoli tribali non solo sono in grado di conservare le zone forestali in cui abitano, ma la loro presenza è essenziale per la conservazione stessa del territorio, in quanto profondi conoscitori dell’ambiente e delle leggi della natura.

L’India, purtroppo, sta diventando un paese sempre meno democratico, dove chi parla di diritti umani viene etichettato come anti-nazionalista. L’arresto dei due leader della Jeepal, così come l’attacco al documentario della BBC, continua a confermare un approccio draconico e coloniale che continua a presentarsi sotto diverse vesti nell’intero Paese. Chi parla troppo, chi documenta, chi protesta deve essere zittito. La repressione riguarda chiunque si permetta di esprimere il proprio parere o di lottare per i propri diritti.

 

* Contributor di Giustiziambientale.org, Eleonora Fanari vive in India dove si batte per i diritti umani e ambientali. Cura un blog in cui raccoglie impressioni, notizie e approfondimenti che accompagnano la sua esperienza nel subcontinente.

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