Molti paesi hanno fatto registrare significativi miglioramenti nella gestione dell’inquinamento, ma la forbice tra paesi ricchi e paesi poveri si allarga sempre di più e colpisce prevalentemente donne, bambini e lavoratori “outdoor”

 

 

L’inquinamento dell’aria causa ogni anno 7 milioni di morti, la maggior parte dei quali vive nei paesi meno ricchi. Elaborazione: OMS

L’inquinamento dell’aria rappresenta oggi “il maggiore rischio ambientale per la salute pubblica”. Ad affermarlo è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel suo rapporto annuale diffuso il 2 maggio 2018. Nove persone su dieci nel mondo, infatti, respirano aria contenente alti livelli di inquinanti, ed il bilancio delle persone che ogni anno muoiono per questa causa si aggira attorno ai 7 milioni. Se da un lato il nuovo rapporto conferma la dimensione globale del fenomeno, dall’altro evidenzia che pur “non conoscendo frontiere” l’inquinamento dell’aria colpisce in modo consistentemente maggiore le persone più povere e marginalizzate.

La distribuzione geografica delle malattie e della mortalità connesse all’inquinamento dell’aria dimostra un netto sbilanciamento a svantaggio dei paesi meno ricchi. Nel Sud-est asiatico e nelle regioni orientali del Mediterraneo i livelli di inquinamento atmosferico superano di ben 5 volte i limiti consentiti, mentre le concentrazioni tossiche nell’aria sono nettamente inferiori nei paesi “a più alto reddito”. Di conseguenza, nel Sud-est asiatico le morti da inquinamento dell’aria ammontano a due milioni, mentre sono complessivamente 800.000 le vittime in Europa e America.

Elaborazione: OMS

Lo studio dell’OMS prende in esame i livelli di inquinamento dell’aria di 4.300 città in 108 paesi del mondo con riferimento all’anno 2016. Il database (ad oggi il più vasto e completo che esista) aggrega dati riferiti alla concentrazione media annua (in queste città) di polveri sottili ed ultrasottili che sono maggiormente dannose per la salute umana, come PM10 e PM2.5 (nitrato, solfato e carbone). Le misurazioni riguardano sia l’inquinamento atmosferico – le cui fonti principali sono le industrie, i settori dell’agricoltura e del trasporto, le centrali elettriche a carbone, la combustione dei rifiuti e la deforestazione –, sia l’inquinamento dell’aria nell’ambiente domestico. Si tratta di una fonte di inquinamento, quest’ultima, che ha un grosso impatto sulla salute delle persone (e dei paesi) più vulnerabili. Basti pensare che se nel 2016 le emissioni nocive “outdoor” hanno causato 4.2 milioni di morti circa, nello stesso anno sono 3.8 milioni le persone decedute per cause legate all’inquinamento dovuto all’impiego di “tecnologie” inquinanti per cucinare, riscaldare o illuminare l’ambiente domestico.

Secondo gli ultimi dati disponibili, infatti, si stima che almeno 3 miliardi di persone (pari al 40% della popolazione mondiale) non hanno ancora accesso a tecnologie pulite nelle proprie case e che, di conseguenza, sono costrette a utilizzare stufe a carbone o legna per cucinare e riscaldare l’ambiente. La maggior parte di esse vive in paesi “in via di sviluppo”, dato che più del 90% delle morti da inquinamento domestico dell’aria riguarda paesi a basso e medio reddito, principalmente in Asia e Africa. Un dato di ingiustizia allarmante che non è passato inosservato. Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS, ha dichiarato:

È inaccettabile che più di 3 miliardi di persone, in maggior parte donne e bambini, debbano respirare ogni giorno i fumi mortali emessi da stufe e combustibili inquinanti nelle proprie abitazioni. Se non agiamo subito contro l’inquinamento dell’aria, non riusciremo mai a realizzare uno sviluppo sostenibile.

Un’inversione di rotta, quella invocata dal Direttore dell’OMS, che si fa sempre più urgente e che dovrebbe includere maggiori sforzi soprattutto nelle aree più a rischio. È vero che in molti dei paesi in cui l’inquinamento rimane elevato si registrano importantissimi progressi, che vanno dall’ampliamento delle attività di monitoraggio e valutazione della qualità dell’aria all’implementazione di una serie di misure atte ad affrontare e ridurre l’inquinamento. Nello studio vengono riportati esempi virtuosi sia a livello nazionale (è soprattutto il caso del piano nazionale varato dalla Cina) che locale (Mexico City ed alcune realtà territoriali indiane). Nonostante ciò, come ricorda Maria Neira, Direttrice del Dipartimento di Salute Pubblica dell’OMS, i progressi maggiori riguardano i paesi a “più elevato reddito” e non anche, come auspicabile, i paesi più vulnerabili e impattati. In diverse regioni dell’Africa Subshariana, dell’Asia meridionale e nel Sud Est asiatico, ad esempio, gli strumenti di monitoraggio sono ancora scarsamente diffusi e quindi insufficienti per stabilire una valutazione esaustiva della qualità dell’aria.

Foto: Y. Shimizu/OMS

Molto rimane ancora da fare, come ha aggiunto lo stesso Tedros Adhanom Ghebreyesus. Il miglioramento della qualità dell’aria, si legge a conclusione del rapporto, richiede azioni coordinate ad ogni livello: i paesi devono lavorare insieme per rendere sostenibili i trasporti, gestire in modo efficiente e pulito lo smaltimento dei rifiuti, migliorare la produzione e l’uso dell’energia e favorire la transizione verso le rinnovabili. Ma il cambiamento deve coinvolgere gli stessi cittadini ed è per questo che nel diffondere il rapporto, l’OMS ha anche lanciato “BreaTheLife“, una campagna di sensibilizzazione globale che intende incoraggiare le persone ad un maggiore utilizzo di biciclette e mezzi pubblici. 

 

 


* Stefano Lechiara è il curatore di Giustiziambientale.org

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