L’Eni pronta a trivellare l’Alaska

Abbattuti i vincoli di Obama, la multinazionale italiana è la prima azienda ad ottenere i permessi di ricerca petrolifera nel mare di Beaufort

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Di Donald Trump si può dire di tutto ma non che sia uno che non mantiene la promesse. “La nostra economia si è fatta grande grazie al petrolio – aveva dichiarato prima di essere eletto presidente degli Stati Uniti – e al petrolio torneremo in grande stile!” Detto e fatto. Il presidente che ha chiuso le porte ai migranti provenienti dai Paesi Canaglia, ha spalancate quelle stesse porte ai petrolieri, da qualsiasi Paese provengano. Ed i più lesti ad entrare sono stati quelli nostrani, quelli dell’italianissima Eni che è diventata così la prima multinazionale autorizzata ad andar di trivella dove nessuno aveva mai trivellato prima: nelle incontaminate acque della baia di Prudhoe, nel mare di Beaufort che bagna le gelide sponde settentrionali dell’Alaska.

Proprio come aveva annunciato in campagna elettorale, il presidente tycoon ha lavorato sin dai suoi primi giorni alla Casa Bianca per affondare uno ad uno tutti i divieti sulle trivellazioni posti dal suo predecessore Barack Obama, che aveva tentato di dare una svolta greenall’economia americana.
E se il petrolio è oramai ridotto agli sgocciolii anche negli ex ricchi giacimenti del Texas e delle terre artiche, ragione di più – suppone Trump – per incentivarne la ricerca, sostenendola anche con fondi statali, in luoghi dove fino a poco tempo fa l’attività non era neppure considerata conveniente, vuoi perché le condizioni climatiche rendevano l’estrazione proibitiva e poco remunerativa, o vuoi perché la particolare delicatezza dell’ecosistema comportava un inaccettabile rischio ecologico.

Caratteristiche queste che riscontriamo entrambe nell’Alaska. Uno degli ultimi paradisi (quasi) incontaminati della nostra terra e, allo stesso tempo, un ambiente difficile in cui operare. Tanto difficile che nel 2015, la Royal Dutch Shell che aveva un permesso di ricerca in quelle acque aveva preferito rinunciare all’incarico dopo l’insorgere di una serie di incidenti che solo per fortuna non si sono tramutati in disastri ambientali. Gli ambientalisti, all’epoca, avevano cantato vittoria sperando che con la rinuncia della Royal Dutch e con la svolta ambientalista di Barack Obama, fosse tramontato l’ultimo tentativo dell’uomo di trivellare l’artico.

Ed invece, c’è voluta l’elezione di Trump per scombinare tutto, tornare indietro di 20 anni ed aprire le porte ad una nuova esplorazione estrattiva in Alaska. A farsi avanti per prima, come abbiamo detto in apertura, è stata l’italianissima Eni: l’azienda creata da Enrico Mattei con lo scopo di dare una politica energetica al nostro Paese, e tramutatasi in seguito in una spa con il solo fine di far cassa per i suoi azionisti, attualmente guidata dalla presidente Emma Marcegaglia e dall’amministratore delegato Claudio Descalzi.

E’ notizia di questi giorni che l’Eni, grazie alla svolta della nuova amministrazione presidenziale Usa, ha incassato anche il definitivo parere positivo del Bureau of Safety and Environmental Enforcement, dopo il contestatissimo da parte ambientalista nulla osta regalatogli lo scorso luglio dal Bureau of Ocean Energy Management. Per la multinazionale italiana si tratta di un doppio regalo natalizio targato Donald Trump. Non soltanto potrà estendere la ricerca petrolifera nella acque antistanti l’isola di artificiale di Spy, nella baia di Prudhoe, dove già possiede 18 pozzi in attività, ma potrà automaticamente contare sul rinnovo di questa concessione di estrazione. Concessione che, nei piani di Obama, avrebbe dovuto abbandonare per sempre.

“Concedendo a questa società straniera il permesso di trivellare il mare antistante l’Alaska, – ha dichiarato preoccupato Kristen Monsell, direttore dell’associazione Center for Biological Diversity che ha tentato di opporsi alle decisioni dei due Bureau – il presidente Trump sottopone il Paese e l’oceano ad un rischio ambientale gravissimo. Le condizioni in cui l’Eni deve operare sono tali da far temere alte probabilità di incidenti e di sversamenti che causerebbero danni irreparabili a tutto l’ecosistema costiero e anche a quello marino che, ricordiamolo, è fondamentale per l’equilibrio dell’intero pianeta”.

Agli ambientalisti ha risposto Scott Angelle, presidente del Bureau of Safety, che ha citato il provvedimento America-First Offshore Energy Strategy firmato di pugno da Donald Trump: “Lo sviluppo di risorse responsabili nell’Artico è una componente essenziale per centrare l’obiettivo della dominanza energetica”. E perché non si dica che l’amministrazione Trump non ha a cuore l’ambiente, ha promesso Angelle, “stiamo lavorando con gli autoctoni dell’Alaska e i nostri partner per un approccio bilanciato all’esplorazione di petrolio nell’Artico”.

L’aspetto più ridicola di tutta questa triste faccenda – oltre al concetto trumpiano di “dominanza energetica” che vuol dire non aver intuito neppure alla lontana cosa stiamo rischiando tutti noi, passeggeri del pianeta Terra, con i cambiamenti climatici in atto – è proprio questo “approccio bilanciato”. Per accontentare gli animalisti infatti, i permessi di esplorazione sono stati concessi solo per i mesi invernali, quando cioè le balene, le foche e gli orsi polari che per il resto dell’anno hanno l’abitudine di affollare la baia di Prudhoe, sono meno presenti! Metti caso che gli rovini il sonno…

E di tutto questo l’Eni che dice? Niente. Neppure un commento o una nota. Nel sito del Cane a Sei Zampe si continua a leggere di quante belle cose l’azienda mette in campo per lo “sviluppo sostenibile” in Ghana o per diffondere le energie rinnovabili in Angola. Parla di innovazione, di formazione e di lavoro per i giovani, discute in costosissimi convegni di “sicurezza, migrazione e lotta al terrorismo” (termini che, già accostandoli, non si fa un favore alla verità…), e progetta futuri “verdi” per porto Marghera. Cliccando qua e là troviamo anche un intero capitolo sui cambiamenti climatici e scopriamo che l’azienda “riconosce la loro evidenza scientifica” ed è “seriamente impegnata a contrastarli”. C’è anche tutta una “strategy” per un futuro “low carbon” basato su uno studio di “governance & risk management” a sua volta basato su “cinque driver”… Ma sulle stazioni in Alaska nessuna notizia. Neppure un rigo. Neanche su foche, orsi e balene insonni.

 

Leggi l’articolo originale su Globalproject.info

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