#Reporter Ambientale per un giorno (Torino): cittadini mobilitati in difesa dei 32.000 mq di parco pubblico privatizzati, cementificati e riconvertiti

 

Parco Michelotti. Immagine: google maps

Parco Michelotti. È una striscia verde che, per un lungo tratto, costeggia la sponda destra del Po a Torino, schiacciata tra le acque del fiume e le fitte case che si affacciano sul trafficato corso Casale. Subito dopo il ponte Vittorio Emanuele I, però, rubando un po’ di spazio al fiume, il parco si allarga, creando un’ampia oasi proprio a due passi dal centro della città. Quest’area, detta “ex-zoo” perché dal 1955 a 1987 ha contenuto un giardino zoologico, è una foresta urbana, un polmone verde costituito soprattutto da alberi secolari e maestosi, alti fino a 35 metri. I platani che formano il viale sul lato più vicino al corso furono piantati nei primi anni del XIX secolo. Ad alcuni decenni dopo invece risalgono i Ginkgo Biloba che formano il viale più vicino al fiume e che in autunno, grazie al tappeto dorato di foglie, rendono il luogo ancora più suggestivo.

 

Parco Michelotti. Foto: www.museotorino.it

Nel 2015 il Comune di Torino ha deciso di cedere tutta l’area c.d. ex-zoo a privati (circa 32.000 mq), confezionando un bando che, per la vastità dell’area coinvolta, avrebbe potuto essere accolto da ben pochi operatori. Il Comune, attraverso l’assessore all’ambiente di allora Enzo Lavolta, ha spiegato che l’intervento del privato era necessario, per porre fine alla situazione di degrado dell’area e perché il Comune non aveva i soldi né per la ristrutturazione degli edifici né per la manutenzione del verde.

La battaglia dei cittadini. I tanti cittadini e le associazioni che da subito si sono attivati in difesa del parco (che hanno sempre parlato di “privatizzazione di fatto”, visto che il parco viene ceduto per 30 anni, prorogabili per altri 20), hanno immediatamente segnalato la stranezza e l’ambiguità dell’operazione. L’amministrazione comunale, prima del 2015, in maniera inspiegabile, ha tenuto chiusa l’area per diversi anni; come sempre succede in questi casi, ciò ha reso l’area non curata e meno sicura. Il degrado deriva quindi da una situazione creata dal Comune stesso, ma non riguarda il parco in sé, considerando che l’area ex-zoo venne riqualificata negli anni ’90, con un consistente impegno economico da parte del Comune (nella parte centrale venne realizzato anche “Parco Giò”, un’ampia area giochi per i bimbi attrezzata).

I cittadini che si sono attivati fanno notare che risulta incomprensibile il fatto che il Comune, invece di elaborare un bando di riqualificazione sugli edifici che necessitano effettivamente di riqualificazione (es. l’ex-rettilario), abbia coinvolto nel bando tutta l’area a parco (che non presenta problemi ed è già dotata di tutte le strutture); utilizzando peraltro uno strumento (la “concessione di valorizzazione”) che la normativa nazionale (DL 351/ 2001 conv. nella L 410/ 2001 e DL 112/2008 conv. nella L 133/2008) non prevede che possa essere utilizzato per i parchi.

 

Foto: Maria Cariota

Oltre alla perdita della possibilità di fruire liberamente di un parco pubblico, fortemente contestato dai cittadini è il progetto proposto. La società che ha ottenuto l’aggiudicazione definitiva alla fine di giugno 2016 infatti è stata Zoom (unica partecipante alla gara). Questa intende realizzare un “bio-parco” con riproduzioni di vari ambienti di diverse parti del mondo: alcune fattorie (europea, africana, del sudest asiatico, del sud America), una voliera, allevamenti di carpe e di bachi da seta, la riproduzione dell’ambiente delle foreste tropicali e degli ecosistemi della foresta amazzonica. Un altro zoo quindi! E un’altra colata di cemento. Il progetto infatti prevede superfici e volumetrie più che raddoppiate rispetto a quelle esistenti.

 

Foto: Maria Cariota

La vicenda di Parco Michelotti è un condensato degli elementi che hanno caratterizzato le politiche ambientali ed urbanistiche che sono state portate avanti a Torino negli ultimi anni. È una decisione calata dall’alto e completamente scollata dagli effettivi bisogni della collettività (sono anni che i cittadini chiedono la riapertura del parco). “Non ci sono i soldi” è la risposta che viene data di solito alle istanze che provengono dalla cittadinanza. A determinare le operazioni che disegnano la città e che incidono fortemente sulla vita delle persone è l’incasso che il Comune ottiene (o la spesa che può evitare); le soluzioni semplici (riaprire semplicemente il parco costerebbe poche decine di migliaia di euro di manutenzione, al pari degli altri parchi cittadini) sono ignorate a favore di progetti megalomani, fuori misura, che consumano risorse e territorio.

La politica degli slogan. Attraverso slogan ripetuti all’infinito, non importa se non corrispondenti alla realtà, si cerca di far digerire operazioni inutili e dannose per la città. I proponenti e le istituzioni usano parole chiave, che in questo caso sono state: “degrado”, “progetto sostenibile”, “tutela della biodiversità”, scopo “didattico”. A fronte di un progetto che invece ignora la ricchezza dell’ecosistema esistente nel parco e di quello fluviale, si propone di mostrare ai visitatori animali in spazi angusti e lontani dagli habitat naturali, intende costruire riproduzioni al posto di un parco vero.

Il Comune sbandiera spesso l’etichetta di “smart city”, ma allo stesso tempo privatizza parchi, cancella interi giardini (è il caso dell’area Westinghouse), usa parchi storici come quartieri fieristici (è il caso del Valentino).

 

Foto: Maria Cariota

I beni comuni ai privati. Il Michelotti sintetizza bene come l’inadeguatezza delle politiche dell’amministrazione locale, dovute in parte a scelte volute e in parte ad un’affettiva difficoltà data dalla necessità di far fronte alle scarse risorse economiche (grazie ai vincoli di bilancio imposti e alla riduzioni dei trasferimenti statali agli enti locali) porti gradualmente al passaggio dei beni di tutti nelle mani di pochi privati che, ovviamente, operano per conseguire un profitto per se stessi e non per il benessere comune.

Impedire ai cittadini di poter liberamente fruire di un parco pubblico è particolarmente grave, tanto più a Torino, la città più inquinata d’Italia e una delle città italiane più cementificate. Sono ormai numerosi e certi i dati scientifici che dimostrano che frequentare queste aree comporta un allungamento della durata della vita e una minore incidenza di malattie cardiovascolari e polmonari, demenza, Alzheimer, depressione, diabete, asma. Sono spazi adatti per svolgere attività fisica. Sono preziosi punti freschi nella stagione calda, rifugi in un ambiente naturale insostituibili per i cittadini. Sono necessari punti di aggregazione per tutti e particolarmente importanti per anziani e ragazzi; sono spesso l’unica possibilità di evasione per le fasce più “deboli” (sul piano economico o fisico).

I cittadini che si sono mobilitati fino ad oggi non sembrano affatto stanchi di combattere questa battaglia (è in corso un ricorso al Tar e altre iniziative verranno organizzate). La speranza è che riescano a vincerla, facendo capire che i parchi non possono essere oggetto di una valutazione economica; il loro valore sta nei servizi eco-sistemici e sociali e di rigenerazione delle risorse naturali forniti, un valore quindi inestimabile.

 

Riferimenti del coordinamento di cittadini: assemblea.michelotti@gmail.com

#Questo articolo fa parte dell’iniziativa “Reporter Ambientale per un giorno”, lanciata da Giustiziambientale.org in occasione della Giornata Mondiale per l’Ambiente (5 giugno 2017).

 

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