Gli omicidi sono solo la punta dell’iceberg. Esiste una strategia intimidatoria e di criminalizzazione che ha colpito, da ultime, Paty Gualinga (difensora ecuadoriana) e Vicky Tauli-Corpuz, Relatrice Speciale dell’ONU sui diritti dei popoli indigeni. La rete In Difesa Di – per i diritti umani e chi li difende” ha avviato in Italia spazi di riflessione ed azione per proteggere chi difende diritti umani e ambiente

 

 

Un gruppo di attivisti Sioux, nel Nord Dakota, marciano contro la costruzione di un gasdotto che minaccia di distruggere i loro luoghi sacri. Foto: Adam Shapiro/Front Line Defenders

La notte del 5 gennaio Paty si è svegliata all’improvviso, con il suono violento di sassate contro le finestre e vetri in frantumi. Appena si è affacciata, ha visto un uomo che lanciava delle pietre e urlava insulti e minacce. Era un avvertimento: gridava che la prossima volta l’avrebbe uccisa. Poi si è dileguato, e nonostante l’immediata denuncia presentata a un commissariato di polizia a qualche isolato di distanza, ad oggi l’uomo non è stato identificato e rintracciato.

Paty (Patricia) Gualinga è una difensora dei diritti umani che vive nella provincia di Pastaza, in Ecuador, ed è una delle leader della popolazione Kichwa di Sarayaku, una delle comunità indigene dell’Amazzonia ecuadoriana. Con grande coraggio, Paty difende l’ambiente e i diritti dei popoli indigeni, protegge il bosque vivente del suo territorio, protesta contro i distruttivi impianti petroliferi delle multinazionali cinesi e l’inquinamento del fiume sacro Bobonaza, ed è una delle voci più forti della campagna per salvare l’Amazzonia dal devastante impatto dell’estrazione di combustibili fossili.

Nel 2012, Paty ha presentato il caso delle violazioni dei diritti del popolo Sarayaku alla Corte inter-americana dei diritti umani, che ha riconosciuto la responsabilità delle autorità dell’Ecuador. La Corte ha infatti dichiarato che il governo non aveva rispettato il diritto al consenso previo, libero e informato su progetti estrattivi nelle terre ancestrale delle comunità indigene, previsto dalla Convenzione ILO 169.

Immagine: www.frontlinedefenders.org/en

Quello di Paty è un lavoro prezioso, indispensabile per salvaguardare l’ecosistema della foresta amazzonica e i luoghi sacri della sua comunità. Ma è un lavoro che comporta un grande prezzo da pagare: scontrarsi contro le grandi élite economiche e le multinazionali significa mettere a rischio la propria vita, ricevere minacce di morte, essere accusata di essere una sovversiva e una criminale. Significa essere svegliata all’una di notte, con vetri rotti sul proprio letto e la paura di essere uccisa.

In tutto il mondo, chi difende l’ambiente e i popoli indigeni è sotto attacco. Secondo l’ultimo report dell’ONG internazionale Front Line Defenders, nel 2017 sono stati assassinati oltre 312 difensori dei diritti umani. Di questi, circa il 67 % si occupava di protezione dell’ambiente, protestando contro grandi multinazionali che gestiscono dighe, progetti minerari o agribusiness e che distruggono il territorio delle loro comunità.

Il report indica che gli omicidi sono stati commessi in 27 Paesi, e l’80 % di questi si è verificato in Brasile, Colombia, Messico e nelle Filippine. Ma gli omicidi sono solo la punta dell’iceberg, e avvengono in un contesto di costanti attacchi contro chi difende i diritti umani. Nel 2017 sono state approvate nuove leggi che limitano o ostacolano il lavoro dei difensori, e si è assistito a un ulteriore restringimento degli spazi d’azione della società civile. Il livello di impunità è altissimo: i governi tendono a ignorare le richieste di protezione, o spesso le autorità sono direttamente o indirettamente complici degli attacchi, insieme a imprese private e gruppi paramilitari. Spesso gli omicidi potevano essere prevenuti: nell’84% dei casi, le vittime avevano già ricevuto minacce di morte.

Saïd N’aît Lhou, attivista di Imider (Marocco). Insieme alla sua comunità, Saïd protesta contro una miniera d’argento, che ha inquinato il territorio circostante e prosciugato le riserve idriche. Foto: Lorena Cotza/Front Line Defenders

Una delle strategie più usate per fermare chi difende i diritti umani è la criminalizzazione: nel 2017, migliaia di attivisti sono stati incarcerati, con prove false e accuse infondate. Uno dei più recenti esempi di criminalizzazione è quello che ha colpito la Relatrice Speciale dell’ONU sui diritti dei popoli indigeni, Vicky Tauli-Corpuz. Il governo delle Filippine ha presentato una petizione in tribunale per includere il nome della Relatrice Speciale e altri leader indigeni nella lista dei membri di organizzazioni ribelli (il Partito Comunista delle Filippine e il New Peoples Army), che il governo definisce organizzazioni terroriste. L’accusa è ovviamente infondata, e serve solo a screditare il prezioso lavoro di Vicky Tauli-Corpuz.

La Relatrice Speciale è una leader del popolo Kankana-ey Igorot, della regione della Cordillera nelle Filippine. Come attivista indigena, ha lavorato per oltre tre decenni per rafforzare il movimento dei popoli indigeni e per difendere in particolar modo i diritti delle donne. Questo mese, Tauli-Corpuz sarà in Italia per due importanti appuntamenti. A Roma il 22 marzo parteciperà, insieme alla difensora indigena Francinara Baré, a un incontro organizzato dalla rete “In Difesa Di – Per i diritti umani e chi li difende” presso la Città dell’Altra Economia. Il 24 marzo le attiviste indigene e la rete saranno invece a Milano, in occasione del Festival dei Diritti Umani, dove parteciperanno alla discussione “In prima linea. Le popolazioni indigene vittime dei cambiamenti climatici e dell’avidità del business”.

In Difesa Di – per i diritti umani e chi li difende” è una rete di oltre 30 organizzazioni e associazioni italiane attive su tematiche quali diritti umani, ambiente, solidarietà internazionale, pace e disarmo, che hanno deciso di unire le loro forze e competenze per aprire in Italia uno spazio di riflessione e di azione sulla questione dei difensori/e dei diritti umani.

Difensora birmana Thwe Thwe Win, che protesta contro una miniera che ha inquinato la terra della sua comunità. Foto: Lauren DeCicca / Front Line Defenders

Nel 2018, anno della presidenza italiana dell’OSCE e anno in cui ricorre il ventesimo anniversario della Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti Umani, la rete In Difesa Di si sta impegnando a sviluppare strumenti e meccanismi per sostenere chi difende i diritti umani, in Italia e nel mondo. Sta innanzitutto chiedendo alla Farnesina di rafforzare il proprio impegno attraverso il personale diplomatico italiano all’estero, in coordinamento con le ambasciate degli altri paesi UE e con l’OSCE. A giugno la Farnesina organizzerà un seminario internazionale, che porterà a impegni chiari e strumenti concreti per le ambasciate italiane, e in cui si discuterà anche della possibilità di sviluppare una rete di “shelter cities”, città rifugio, per accogliere gli attivisti a rischio.

E in primo luogo la rete si sta impegnando a difendere chi difende l’ambiente. Per affrontare problematiche come i cambiamenti climatici, la deforestazione, la desertificazione, l’inquinamento di ogni angolo del pianeta, bisogna infatti sostenere – con ogni mezzo – chi si batte in prima linea per proteggere la Madreterra.

 

 

*Lorena Cotza è la responsabile Comunicazione della rete “In Difesa Di – Per i diritti dei popoli indigeni e chi li difende”.

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