L’aumento dei fenomeni siccitosi nelle regioni analizzate dal rapporto dipende da cause di natura antropica. Il connubio tra industria e agricoltura e l’assenza di politiche di prevenzione rendono ancora più vulnerabili le comunità e impediscono l’adattamento

 

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In occasione della giornata mondiale contro la desertificazione, lo scorso 17 giugno, la FAO ha pubblicato un interessante rapporto sulla siccità in Nord Africa e Medio Oriente.

Il dato di partenza è che nei 20 paesi analizzati i fenomeni siccitosi sono in aumento per intensità e durata e la situazione potrebbe peggiorare in conseguenza dei cambiamenti climatici in atto.

“Il cambiamento climatico colpirà tutti i paesi in modi simili. Variazioni nelle precipitazioni e nelle temperature ridurranno il flusso dei fiumi e la ricarica delle falde acquifere. I dati suggeriscono che i regimi pluviometrici sono mutati in termini di periodicità, durata e intensità” [1]

Foto: FAO

Le economie degli Stati analizzati sono in buona parte dipendenti dalle esportazioni di petrolio, ma l’agricoltura è ancora una voce importante del PIL e, soprattutto, dell’occupazione. Il peggioramento delle condizioni climatiche colpirà dunque in modo specifico le classi più povere della popolazione, piccoli agricoltori e pastori nomadi.

Di fronte a questo scenario e alla coincidenza con la crisi politica europea sul tema immigrazione, è sin troppo facile fare un collegamento tra la situazione descritta nel rapporto e le migrazioni internazionali verso l’Europa. Senza dubbio il peggioramento delle condizioni di sussistenza di una popolazione in crescita dovrebbe sollecitare riflessioni sugli scenari migratori, anche perché da sempre la mobilità è stata il più semplice e utilizzato strumento di risposta alle crisi idriche.

Foto: Ansa

Tuttavia, una prospettiva riduzionistica del tipo “il cambiamento climatico in Africa e Medio Oriente porterà più migranti in Europa” rischia di essere fuorviante.

In primo luogo perché la dinamica migratoria è un fenomeno complesso che solo in alcuni casi può essere riportato a una sola causa, ma questo tema esula dai contenuti del rapporto.

Foto: Corriere.it

Un secondo punto critico dato dal fatto che la crisi attuale può essere innescata o inasprita da variazioni climatiche, ma trova le sue radici in precise scelte politiche da parte dei governi. Le siccità, infatti, non sono un fenomeno nuovo per le società di questa parte del pianeta e le comunità locali sono organizzate per gestirle, ma le strategie di sviluppo insostenibili perseguite dagli Stati analizzati rendono critica la situazione:

“La crescente integrazione tra agricoltura e industria alla scala nazionale rende le economie di questi paesi ancora più vulnerabili agli shock generati dalle siccità. Nella penisola araba, la crescente domanda d’acqua da parte dei centri urbani e dell’agricoltura è il principale problema, piuttosto che la siccità” [2]

L’ultima riflessione si riferisce alle politiche di gestione delle crisi idriche. Il rapporto della FAO sottolinea come i governi abbiano concentrato i loro sforzi sull’assistenza alle popolazioni colpite dalle siccità anche se delle politiche preventive sarebbero più appropriate:

“Le azioni preventive per evitare o mitigare l’impatto delle siccità possono essere più economiche rispetto all’assistenza durante gli eventi siccitosi, ma questa logica non si traduce necessariamente in azioni concrete attraverso la pianificazione, l’allocazione di risorse e il cambiamento del comportamento delle istituzioni” [3]

Al centro dell’attuale peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni più povere del Nord Africa e del Medio Oriente non c’è dunque un generico, inesorabile – e in fondo deresponsabilizzante per le classi dirigenti – “cambiamento climatico”, ma precise scelte politiche a favore di alcune categorie socio-economiche e a scapito di altre.

Burkina Faso: le comunità sostenute dall’ONG Mani Tese fronteggiano la siccità

Tutto ciò ha delle conseguenze anche in merito alle possibili soluzioni, rispetto alle quali il rapporto della FAO rimane piuttosto prudente, con indicazioni di tipo tecnico e raccomandazioni a considerare scenari di lungo periodo. Volendo invece spingere più a fondo le premesse del rapporto, una risposta strutturale alle crescenti siccità dovrebbe prevedere un riequilibrio delle strategie di sviluppo nazionali, meno centrate sulle élite che esportano materie prime e più favorevoli alle comunità che da secoli costruiscono il territorio in condizioni di scarsità di risorse idriche.

 

* Valerio Bini, ricercatore universitario, geografo e africanista, dal 2012 è il Presidente di Mani Tese. Si occupa di cooperazione allo sviluppo e geografia urbana.

 


[1] p. XI

[2] p. XIII

[3] p. XII

 

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