Lo scorso 24 marzo 5.000 persone sono tornate a manifestare contro il blocco affaristico e criminale che ha trasformato intere aree della “Campania Felix” in uno sversatoio abusivo di rifiuti tossici

 

Il 24 marzo 2018 sono tornati in strada gli attivisti di Stop Biocidio. La rete include un centinaio di comitati e associazioni campane che si battono per una gestione dei rifiuti urbani e industriali trasparente e rispettosa dell’ambiente e della salute degli abitanti. Un corteo di oltre 5.000 persone venute da tutte le province ha raggiunto il palazzo della Regione per chiedere le dimissioni del presidente Vincenzo De Luca, accusato di non aver contrastato in modo efficace l’opacità che da anni segna la gestione dei rifiuti in Campania. La recente inchiesta di Fanpage “Bloody Money”, infatti, ha svelato possibili coinvolgimenti degli amministratori regionali in un sistema di raccolta e smaltimento ancora molto poco trasparente.

Una manifestazione così partecipata non si vedeva dal “Fiume in piena” del 2013, con migliaia di persone scese in piazza per denunciare il traffico di rifiuti tossici e i roghi. Moltissimi i giovani, ma i problemi denunciati restano gli stessi. Se guardiamo alla città di Napoli ripulita dai sacchetti di immondizia che invadevano le strade e piena di turisti come mai prima d’ora, i tempi della cosiddetta emergenza rifiuti appaiono lontani, ma i comitati e le associazioni da sempre impegnate nei conflitti ambientali sanno che dietro quest’apparente normalità i problemi del passato non sono risolti. Come si evince dall’inchiesta di Fanpage, ad esempio, la costante situazione di emergenza nella gestione dei fanghi di depurazione avrebbe consentito alla Sma, la società regionale che gestisce i reflui dei depuratori, di condurre affidamenti a trattativa privata per lo smaltimento degli scarti, gonfiando i costi e individuando soluzioni indifferenti all’ambiente.

Foto: @Stop Biocidio

Le situazioni di illegalità diffusa, le infiltrazioni camorristiche nella gestione degli appalti, i traffici illeciti di rifiuti e un sistema di gestione di materia e scarti lontano dall’essere “circolare” (come prevede la normativa europea), colpiscono storicamente la Campania. Se quello delle illegalità o quantomeno delle incongruenze della gestione dei rifiuti è un problema nazionale, con rifiuti nemmeno differenziati che viaggiano da regione a regione verso impianti di incenerimento o discariche (le peggiori opzioni di smaltimento possibile secondo le norme europee) e se a scala nazionale siamo lontani da un sistema virtuoso di gestione a partire dai cicli della materia e dalla produzione, in Campania esistono alcune criticità molto gravi. Gli attivisti, che negli anni hanno accumulato e sviluppato conoscenze in campo ambientale, originando narrazioni alternative a quelle ufficiali (“negazioniste” e “tossiche”) hanno individuato la presenza di un possibile blocco affaristico e illegale. Le soluzioni alternative più sostenibili sarebbero state bypassate in nome dell’emergenza per favorire interessi economici e criminali. Denunciano infatti, insieme a tecnici, studiosi ed amministratori, che l’emergenza rifiuti, sancita dal governo centrale con il commissariamento durato dal 1994 al 2012, è stata creata o per lo meno perpetuata “ad arte” per favorire il sistema affaristico della gestione dei rifiuti. La mancata pianificazione di quegli anni continua a costituire un’ipoteca per la Campania: si pensi all’assenza di impianti per il trattamento della frazione organica, ancora oggi trasportata e lavorata in altre regioni con costi in termini economici e di impatto ambientale.

Foto: @Stop Biocidio

Gravissima la questione del “biocidio”. Comitati locali e associazioni hanno iniziato a denunciarla già dagli anni ’80, ricostruendo i sistemi di smaltimento abusivo che mettevano a rischio la salute delle popolazioni attraverso l’uso incontrollato di discariche come quella del quartiere di Pianura, che ha accolto per una quarantina d’anni qualunque tipo di rifiuto sotto la copertura dell’immondizia ordinaria. L’aumento dei tumori nella popolazione e la distruzione di alcuni degli ecosistemi più ricchi e fragili, come accaduto nel litorale Domizio, sono tra le conseguenze del business illegale dei rifiuti.

Mamme vulcaniche. Foto: @Stop Biocidio

Il fenomeno dello smaltimento di rifiuti tossici è un sistema di potere collaudato con salde alleanze tra mondo dell’industria, camorra e politica, sia a livello locale che nazionale. Alcune aree della Campania Felix, la fertilissima campagna degli antichi Romani situata tra le province di Napoli e Caserta, sono state utilizzate per anni come sversatoio abusivo. Sono cresciute in quei territori malattie, malformazioni neonatali e morti sospette. Se è difficile per la scienza stabilire con certezza i nessi di causa-effetto – gli studi richiedono anni e la maggior parte delle malattie ha un’origine multifattoriale – sicuramente il principio di precauzione, richiesto dal basso in base a norme di diritto europeo e nazionale, imporrebbe come priorità la rimozione dall’ambiente delle fonti di cancerogeni certi, adottando un modello sanitario basato non sulla cura finale delle malattie ma sulla prevenzione ambientale. Alla manifestazione erano presenti anche ammalati o genitori di bambini ammalati o deceduti, risiedenti nella “terra dei fuochi”.

La gestione dei rifiuti in Campania, raccontata nel dettaglio grazie a inchieste giudiziarie e giornalistiche e ai pentiti di camorra, non è ancora né trasparente, né efficiente né tantomeno sostenibile. La battaglia degli attivisti continua.

 

 

* Simon Maurano, ricercatore, educatore ed attivista, si occupa occupa di conflitti  ambientali, rifiuti, cibo, circuiti alternativi di approvvigionamento ed economia alternativa.

** Anna Fava, attivista e ricercatrice, si occupa di conflitti ambientali e beni comuni. 

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