Sussidi: da Trump un assist al fossile Usa

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Pozzo di petrolio, impianto di estrazione petrolifera all’imbrunire. CC0 Public Domain da Pixabay.com

L’industria petrolifera statunitense continua ad essere ampiamente dipendente dai sussidi fiscali, una caratteristica destinata a trovare conferma nel tax plan presentato la scorsa settimana dai repubblicani. Lo scrive il Washington Post evidenziando le stime più recenti rese note questa settimana dall’organizzazione no profit Stockholm Environment Institute (SEI). Non stupisce, segnala il quotidiano, che il piano di Trump sia stato accolto con soddisfazione dal settore petrolifero statunitense: pur limitando alcune deduzioni fiscali, il programma contiene infatti proposte per agevolare gli investimenti nelle esplorazioni ed ipotesi di esenzione per i profitti ottenuti all’estero, due vantaggi importanti che si aggiungono all’abbassamento dell’aliquota sui redditi di impresa al 20%. Ma il piano fiscale, benedetto pubblicamente dalle maggiori lobby del settore come l’Independent Petroleum Association of America e l’American Petroleum, va anche oltre, confermando in particolare il cambio di rotta intrapreso dalla Casa Bianca nei confronti delle politiche di contrasto al cambiamento climatico.

 

Donald Trump, foto: Michael Vadon Wikimedia Common

Al cuore del problema ci sono i sussidi al settore fossile, un sostegno governativo che nel 2015, data delle ultime rilevazioni, ammonterebbe a 4,6 miliardi di dollari all’anno (per i soli sgravi diretti). Già nel 2009 Obama aveva annunciato il proprio impegno per la definitiva eliminazione delle sovvenzioni al fossile, ma il programma fiscale dei repubblicani, nota il Washington Post, “offre scarse indicazioni in merito, con ovvie conseguenze per la produzione petrolifera e per il clima”.

Uno studio condotto in passato dal SEI aveva rilevato come in assenza dei sussidi il 45% della produzione petrolifera americana sarebbe incapace di generare profitti agli attuali prezzi di mercato. La ricerca pubblicata lunedì scorso dalle stesso ente di Stoccolma aggiunge nuovi particolari: ad oggi, in mancanza di sostegno pubblico, circa la metà degli 800 giacimenti già scoperti ma ancora inattivi in America non potrebbe nemmeno entrare in produzione a fronte di ricavi previsti incapaci di superare i costi di sviluppo.

Se l’amministrazione Trump dovesse anche solo confermare, senza aumentarli, i sussidi tuttora presenti, i nuovi giacimenti potrebbero produrre fino a 17 miliardi di barili nei prossimi decenni generando emissioni per circa 6 miliardi di tonnellate di Co2. Per rispettare gli impegni presi dopo gli Accordi di Parigi (gli stessi che Trump vuole abbandonare), il totale delle emissioni USA previste da qui al 2050 non dovrebbe superare un ammontare compreso tra i 30 e i 45 miliardi di tonnellate. Lo sviluppo delle nuove risorse petrolifere, rileva quindi il Washington Post, sarebbe in grado di bruciare da solo tra il 13 e il 20% del “credito” complessivo di CO2 statunitense.

 

Leggi l’articolo originale su Valori.it

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