‘Reporter ambientale per un giorno’ (Brescia): associazioni ambientaliste e comitati cittadini schierati in difesa del territorio e contro l’inceneritore più grande d’Italia

 

Foto: Associazione Comitato SOS Terra – Montichiari

Provincia di Brescia. La colonna che si erge davanti alla città di Brescia la si scorge già dall’imbocco della tangenziale cittadina. Cresce man mano che si percorrono metri e quando la si vede a lato se ne percepisce la vera dimensione. È uno skyline azzurro, volutamente ceruleo per non impattare sulla vista e sembrare parte integrante del cielo.

Il problema dell’inquinamento derivato dallo smaltimento di rifiuti, lecito e non solo, è emblematico nel territorio bresciano. Alla fine dell’anno 2016 il collaboratore di giustizia Nunzio Perella dichiarava ad un programma televisivo della tv pubblica che a partire dagli anni ’80 nel territorio bresciano le attività criminali si sono concentrare sul traffico illecito di rifiuti, scoperchiando un vaso di Pandora sulla situazione ambientale. Gli ulteriori sviluppi di luglio 2017 hanno portato alla notizia eclatante: una nuova inchiesta della DDA di Brescia, con la collaborazione di diverse procure italiane, ha scoperto un traffico destinato e orientato allo smaltimento illecito dei rifiuti soldi urbani da mezza Italia verso gli inceneritori appartenenti al gruppo A2A, tra cui l’inceneritore bresciano. Si tratta di una inchiesta di cui non si sapeva nulla e che, nel luglio 2017, ha portato a 3 arresti, diversi avvisi di garanzia e una serie di sequestri. I fatti al centro dell’inchiesta, ovvero l’esistenza di una modalità “singolare” nella gestione del traffico dei rifiuti e, soprattutto, il fenomeno dello smaltimento illecito, sono questioni che i comitati dei cittadini e le associazioni territoriali conoscono e denunciano già da tempo.

 

Il traffico “Sud-Nord” dei rifiuti 

Foto: www.blitzquotidiano.it

In Italia sono distribuiti diversi impianti di smaltimento meccanico e biologico che, formalmente, hanno il compito di selezionare e ridurre tutta la componente umida dei rifiuti solidi urbani delle ecoballe (accumulate sino alla fine degli anni 2000 in Campania), così da smaltirle recuperando allo stesso tempo energia. In primo luogo i magistrati hanno scoperto che le ecoballe, in realtà, non venivano sottoposte ad un processo completo di selezione, bensì subivano una semplice operazione di tritovagliatura ed essicazione che, quindi, lasciava inalterato l’impatto nocivo dei rifiuti “trattati”.  Un intricato sistema di false fatturazioni faceva da copertura. Il passo successivo è stato lo smaltimento in impianti di incenerimento, tra i quali quello di Brescia ed è che qui l’inchiesta ha portato alla luce le dimensioni considerevoli dell’illecito. Si parla di 100.000 tonnellate di rifiuti che non erano mai stati preparati per ridurre l’impatto ambientale della loro combustione.

Il caso bresciano presenta caratteristiche diverse rispetto alle modalità con cui avvengono illeciti simili in altri territori del nostro Paese. Anzitutto perché nel Centro e nel Sud Italia spesso gli sversamenti avvengono in luoghi non formalmente autorizzati. Nel Nord Italia, invece, le autorizzazioni per lo smaltimento di alcuni tipi di rifiuti vengono solitamente concesse alla luce del sole a soggetti privati da parte di enti pubblici ma accade, però, che i rifiuti smaltiti non siano poi quelli appartenenti alle categorie autorizzate. Una discarica che è stata autorizzata a ricevere inerti, per esempio, diventa luogo di conferimento di rifiuti pericolosi oppure di rifiuti solidi urbani.

I limiti della normativa

Il problema principale è la dimensione: esistono moltissime discariche e talmente grandi che risulta praticamente impossibile effettuare i dovuti controlli con i mezzi a disposizione. Ciò vale anche per gli inceneritori. Con 600.000 mila tonnellate annue di rifiuti e un’attività di 70mila tir all’anno, l’inceneritore di Brescia è il più grande d’Italia, nonché il terzo in Europa per dimensione. Di conseguenza vengono controllati solo 60-70 carichi all’anno, ossia meno dell’1 per 1000. Inoltre sono almeno 10 anni che dai controlli effettuati non risultano irregolarità e, quindi, ciò significa che su 700mila tir transitati in 10 anni nemmeno un’irregolarità è stata riscontrata. Un meccanismo di controllo di questo genere non risulta quindi credibile.

Gli impatti

Le violazioni connesse allo smaltimento illecito si ripercuotono anzitutto sul diritto alla salute e sul diritto dei cittadini comuni a godere di un ambiente salubre che consente di vivere una vita di qualità. L’inquinamento riguarda principalmente l’aria che respiriamo ma anche il suolo e le falde acquifere da cui dipende la produzione agricola.

In secondo luogo bisogna tenere in considerazione il fatto che il traffico illecito dei rifiuti determina lo strangolamento di quelle aziende che operano nella legalità. Le aziende illecite che aggirano le norme e ottengono maggiori profitti, infatti, generano una concorrenza scorretta che ha l’effetto di tagliare fuori le altre aziende dal mercato. In alcuni casi i profitti generati da questo sistema avvantaggiano soggetti imprenditoriali che spesso sono vicini alla criminalità organizzata oppure già destinatari di condanne giudiziarie.

Un’altra conseguenza negativa deriva dall’alterazione nello smaltimento degli inerti, il cui trattamento corretto dovrebbe favorire l’economia circolare: quello che è scarto per qualcuno può entrare nel ciclo produttivo di qualcun altro. Tuttavia questo flusso si interrompe quando lo smaltimento in discarica viene effettuato in modo illecito e quindi non comporta il recupero delle materie prime. Questa distorsione finisce per scoraggiare inevitabilmente le pratiche virtuose a vantaggio della collettività e del tessuto economico locale e nazionale. 

Foto: Basta Veleni

L’opinione pubblica è attenta al tema, la riposta della società civile e dell’associazionismo ha generato un tavolo pubblico chiamato “Basta veleni”, nato nel 2015, che riunisce, fra comitati cittadini e provinciali, diverse realtà che lavorano in maniera sinergica per portare avanti questa battaglia e, più in generale, campagne per il monitoraggio della qualità dell’aria. Ben prima che le dichiarazioni del pentito e le successive inchieste scoperchiassero un vero e proprio verminaio affaristico, Basta Veleni aveva già indirizzato alla Regione una richiesta di moratoria alla costruzione di nuove discariche nella provincia di Brescia. Tale azione è attualmente supportata da alcuni parlamentari locali il cui obiettivo è far sì che la moratoria possa estendersi a livello nazionale.

 


Altre fonti:

Intervista al prof. Carmine Trecroci, presidente del circolo Legambiente Brescia (11/07/2017)

Legambiente Brescia (ultima visualizzazione: 09/04/2018)

Arpa Lombardia (ultima visualizzazione: 09/04/2018)

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