Water grabbing: storie d’acqua e diseguaglianza nel libro di Bompan e Iannelli 

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Il primo studio italiano sul fenomeno globale del water grabbing, l’accaparramento di risorse idriche, esce il 22 marzo in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Acqua. Gli autori lo presentano al Festival dei Diritti Umani di Milano, dedicato quest’anno alla Terra e alle devastazioni ambientali

 

Dho Tarap, Nepal, il cambiamento climatico ha cambiato il regime nevoso himalayano ©Giada Connestari

«È solo acqua». Nel corso di quasi dieci anni di viaggi e indagini, il giornalista e geografo Emanuele Bompan e la ricercatrice Marirosa Iannelli la frase se la sono sentita ripetere in varie lingue e in molti contesti. Davanti a una mega-diga o su un sito di fatturazione idraulica per l’estrazione di gas di scisto, nei pressi di un fiume avvelenato da agenti chimici o di fronte a una centrale idroelettrica. «Non c’è niente da vedere. Nulla da scoprire. È solo acqua». Acqua controllata, però, da attori potenti, sottratta alle popolazioni a cui serve per vivere, privatizzata per interessi economici, contaminata e resa imbevibile, inutilizzabile. In una parola, rubata.

Si chiama water grabbing, accaparramento d’acqua , e nonostante il neologismo usato per descriverlo (mutuato dal più noto “land grabbing”), non è certo un fenomeno nuovo. Dare un nome alle cose, tuttavia, aiuta ad acquistarne consapevolezza. Così Bompan e Iannelli, che da anni si interessano alle varie forme di furto e alienazione della risorsa più preziosa e spesso sottovalutata, hanno voluto raccogliere le loro ricerche sotto il cappello di un unico concetto, ampio abbastanza da contenere tutte le implicazioni ambientali, politiche, economiche e sociali della questione.

Nasce così, alla fine del 2015, il progetto “Water grabbing”: prima una serie di reportage giornalistici e fotografici in collaborazione con diversi fotoreporter, poi un atlante, una serie di mostre, un Osservatorio (di cui Iannelli è presidente) e, infine, il libro, in uscita per i tipi di EMI il 22 marzo, in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Acqua . Con le immagini di Fausto Podavini, in lizza per la finale del World Press Photo 2018, “Water Grabbing. Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo ” è il primo studio italiano di ampio respiro sul fenomeno globale dell’accaparramento di risorse idriche. Proprio il 22 marzo, gli autori saranno a Milano per presentarlo nell’ambito del Festival dei Diritti Umani ,dedicato per questa terza edizione (dal 20 al 24 marzo) alla Terra – “Una. Per tutti. Non per pochi” – e alle molte devastazioni ambientali che, inevitabilmente, incidono sulle condizioni di vita dei suoi abitanti.

La Terra, vista dallo Spazio, è una sfera blu: 1390 milioni di metri cubi d’acqua ne ricoprono oltre il 70% della superficie. Per il 97,5% si tratta, tuttavia, di acqua salata di mari e oceani. Il restante 2,5% è acqua dolce, in gran parte però ghiacciata nelle calotte polari. Solo lo 0,5%, pari a circa 93mila km cubi, è di fatto utilizzabile dagli esseri umanima di questa acqua non tutta è potabile o non contaminata. E soprattutto è distribuita in modo diseguale sul pianeta: un po’ per inevitabili ragioni geologiche e geografiche, un po’ perché sono gli stessi esseri umani, per motivi politici e commerciali, a limitarne o impedirne l’accesso ai propri simili, violandone un diritto che dovrebbe invece essere inalienabile.

Per molto tempo, a partire dalla fine degli anni ’60, «il tema principale delle lotte ambientaliste è stato quello della qualità dell’acqua – nota Bompan nel libro – La quantità non era ancora emersa come una questione tale da allarmare scienziati e cittadini». Oggi però, «la sicurezza dell’acqua “facile” viene meno». Ci siamo risvegliati in un mondo in cui la fonte vitale che davamo per scontata e inesauribile è diventata improvvisamente scarsa. I volumi d’acqua disponibili per ogni abitante della Terra diminuiscono di anno in anno, mentre la richiesta pro-capite non fa che aumentare. Secondo le Nazioni Unite, entro il 2030 il 47% della popolazione vivrà in aree ad elevato stress idrico. Il cambiamento climatico, le più frequenti siccità, lo scioglimento dei ghiacciai erodono le preziose riserve d’acqua dolce terrestre. La crescita della popolazione, l’impennata dei consumi e delle produzioni alimentari, l’industria e il bisogno continuo di energia (da petrolio, gas, centrali idroelettriche) richiedono sempre più ingenti risorse idriche. Gli attori più potenti allora si muovono per assicurarsele, anche a discapito della sopravvivenza di comunità o intere nazioni, ovviamente le più povere.

Dal bacino del Mekong al Sud America, dall’Etiopia al Bangladesh fino al Nepal, passando anche dai ghiacciai americani e da Miami per arrivare fino all’Europa e all’Italia , Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli tracciano dunque una mappa delle diseguaglianze idriche, che racconta di famiglie scacciate dai propri villaggi per far posto a dighe mastodontiche, di controllo militare delle fonti d’acqua, di miniere che avvelenano le falde e seminano morte, di un’economia insostenibilmente idrovora che rischia di condurci verso un’epoca di guerre per la sete. Le soluzioni sono in mano ai decisori politici, ma anche all’opinione pubblica, alla consapevolezza di ognuno. E chiamare le cose con il proprio nome, cominciando ad esempio con un libro, è un primo importante passo.

 

Leggi l’articolo originale su LaStampa.it

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